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Incastrato da intercettazioni ambientali e arrestato per detenzione di droga: patteggia

Nei guai era finito un 37enne residente a Finale Ligure

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Finale Ligure. Il 3 maggio scorso era finito in manette insieme ad altre 25 persone nell’ambito dell’Operazione “Barbarossa”, che aveva permesso ai carabinieri di smantellare una presunta “locale” della ‘ndrangheta tra Asti, Costigliole d’Asti e Alba. A carico di Gaetano Parrucci, 37 anni, residente a Finale Ligure, però erano contestate esclusivamente delle accuse di detenzione ai fini di spaccio basate su una serie di intercettazioni ambientali (al momento dell’arresto infatti gli inquirenti non lo avevano trovato in possesso di nessun quantitativo di droga).

Per quella vicenda, questa mattina, l’uomo, che era difeso dall’avvocato Alain Barbera insieme al collega Paolo Lavagnino, ha patteggiato tre anni di reclusione davanti al gip Fiorenza Giorgi in continuazione con una precedente condanna per droga risalente al 2016.

Da qualche settimana Parrucci, che inizialmente era finito in carcere, è agli arresti domiciliari con il permesso di uscire per andare al lavoro (ad accogliere l’istanza di attenuazione della misura era stato il gip Alessia Ceccardi).

Nell’operazione che aveva portato all’arresto di Parrucci erano state denunciate anche altre 48 persone ed erano state eseguite 78 perquisizioni e sequestrati complessivamente 21 fucili di grosso calibro, 16 pistole, revolver e relativo munizionamento, 350 proiettili di vario calibro, 10 kilogrammi di Marijuana, 100 grammi di cocaina e 100 grammi di hashish. Per gli arrestati l’accusa, a vario titolo ed in concorso, era di associazione a delinquere di stampo mafioso per omicidi, tentati omicidi, estorsioni, traffico di armi e droga.

L’indagine era partita nel maggio del 2015 in seguito ad un omicidio avvenuto ad Isola d’Asti (il 53enne Luigi Di Gianni, gestore di un night club ucciso il 12 gennaio 2013) e due tentati omicidi, a cui sono seguiti altri episodi intimidatori nei confronti di titolari di esercizi commerciali. Grazie al lavoro del nucleo investigativo dei carabinieri del comando provinciale di Asti si era risaliti ad una nuova locale (composta da tre famiglie) nella provincia di Asti. Le indagini avevano coinvolto anche le province calabresi di Catanzaro e Vibo Valentia (interessando i comuni di Lamezia Terme e Vibo Valentia), svelando rapporti di reciproca assistenza esistenti tra gli esponenti ‘ndranghetisti delle province calabresi di origine e dell’articolazione dell’associazione di tipo mafioso in Piemonte.

 

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