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Nel week-end al Nuovo FilmStudio di Savona: Il prigioniero coreano (Geumul)

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NuovoFilmStudio/Officine Solimano/Piano terreno
Piazza Rebagliati, Savona
Circolo ARCI

Il prigioniero coreano (Geumul)
di Kim Ki-duk, con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun, Kim Young-min – Sud Corea 2016, 114’

ven 11 maggio (18.00 – 21.15)
sab 12 maggio (17.30 – 20.30 – 22.30)
dom 13 maggio (15.30 – 17.30 – 20.15 – 22.30)
lun 14 maggio (15.30 – 20.30)

Nam Chul-woo è un umile pescatore nordcoreano che, per mantenere la sua famiglia, naviga tutti i giorni lungo il confine tra le due Coree. Inaspettatamente, sarà proprio l’acqua a tradirlo: durante la battuta di pesca quotidiana, infatti, una delle reti si aggroviglia attorno all’elica della barchetta, il motore si blocca e la corrente lo trascina lentamente in “zona nemica”…

Con Il prigioniero coreano Kim Ki-duk ritorna finalmente sugli schermi italiani, offrendoci un potentissimo thriller dell’anima. Un’anima, quella del protagonista che, schiacciata da un meccanismo kafkiano, passerà da semplice pedina a vera e propria vittima. Infatti non c’è proprio nulla di volontario nella disavventura in cui incorre Nam Chul-woo. E’ involontario lo sconfinamento, così come il messaggio in codice che a Seul trasmetterà a una compagna/spia, pensando di aver solo riportato alla ragazza le ultime parole del padre moribondo. Una poesia, come la definirà lo stesso Nam agli agenti che lo stanno trattenendo nel Sud, con la speranza di poterlo additare come spia, per poi costringerlo a redimersi e a tradire il Nord a scopo di propaganda. La stessa propaganda che ha già messo in atto il Nord, accusando di barbarie il governo di Seul e proclamando Nam come eroe del popolo. Le due Coree poste a confronto evidenziano differenze talmente grandi da provocare le medesime storture. Si scontrano due sistemi corrotti, in cui non si nutre la minima fiducia verso un popolo sfruttato a proprio uso e consumo. Due nazioni senza più alcuna traccia di morale, dal momento che entrambe ormai si reggono unicamente su un’ideologia difesa con tanta protervia da risultare ottusa, ridicola e incapace di leggere la verità perché già in partenza si ritiene detentrice di quella stessa verità.
Oltre a questo punto di vista negativo sui due sistemi politici differenti che governano uno stesso popolo, il film riflette in maniera profonda su una tematica meno abusata: il significato stesso dell’essere liberi. Si può chiamare libertà quella di una donna costretta a prostituirsi per non far morire di fame la propria famiglia? Allo stesso modo, come può essere libero un uomo che non ha il permesso neanche di desiderare il possesso?

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