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“Emmu sempre fetu cuscì”

"La Tribuna" di IVG ospita commenti e riflessioni degli "ex illustri" della provincia savonese: tra loro Livio Di Tullio

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La processione del Venerdì Santo di Savona mi ha sempre emozionato non solo per quello che vedevo ma anche per quello che sentivo. La Campana e poi il martelletto dei capocassa. E poi il silenzio che è protagonista, la consapevolezza di ricordare un sacrificio e un dolore: la passione di Gesù Cristo. Provare la sensazione di essere colpevole e vittima e da vittima sapere che dopo quel dolore sarebbe arrivata la resurrezione e quindi la speranza. Io – non credente – non mi sono mai sentito distante o indifferente. Ne sono sempre stato coinvolto pur non facendo mai parte del grande sforzo organizzativo e molto terreno e concreto per realizzarla.

In questi giorni, complice il tempo avverso e la sospensione della Processione, siamo tornati a parlarne. Dico subito che dobbiamo tutti ringraziare coloro che si fanno carico di offrirci questo momento bellissimo, a prescindere dal nostro credo e dalle nostre scelte di vita. In quella processione c’è anche un momento di comunità importante, che ci fa ritrovare tutti. Ci incontriamo, facciamo due chiacchiere mentre aspettiamo, salutiamo persone che magari non vediamo da tempo. Un modo di stare insieme e anche un motivo per sentirci orgogliosi di accogliere a Savona le tante persone richiamate da quell’evento.
Sento e leggo delle tante difficoltà che gli organizzatori segnalano e resto perplesso.

Ho ben chiaro la complessità dell’evento e tuttavia mi domando se anche su questo non affiori il male che tanto condiziona Savona ovvero una Comunità non in grado di aprirsi al nuovo, di conservare la tradizione innovandola. Una Città nella quale “giri” di persone ben definiti, tutti molto avanti con gli anni, in questo caso come in altri, per esempio nelle istituzioni culturali, certamente in buona fede, non corrano il rischio di far morire quello che amano e che amiamo per non cedere il passo a nuove idee e a nuovi protagonisti.

Mi spiego: sento dire che non si trovano i portatori, che quelli che ci sono ogni anno invecchiano e hanno sempre più difficoltà ad essere presenti. La mia domanda è: ma si cercano davvero nuove persone disponibili? Si rende l’idea di portare la cassa allettante non sul piano economico che va escluso ma su quello dello status sociale e dell’appartenenza alla Comunità? Esiste una ricerca “organizzata” che fa sì che quello sforzo non venga vissuto come una seccatura alla quale non si può dir di no ma come un momento consapevole e del quale essere orgogliosi a partecipare? Capita per tutto, non solo per la processione: se sono anziani che cercano, troveranno solo anziani, se cercano sempre tra gli stessi, troveranno sempre gli stessi e sempre meno.

Mi ha colpito la secca risposta del Priore alla sensatissima (e bellissima) proposta di coinvolgere i profughi “se sono musulmani, no!”. A parte che larga parte di quelle persone sono cattoliche ma a me pare bellissima l’idea che qualunque religioni si professi oppure non si professi, ci possa essere qualcuno che decide di mettersi sotto quelle stanghe e caricarsi quel peso sulle spalle per contribuire a ricordare la Passione di Cristo che peraltro, nel Suo potentissimo messaggio, ricorda anche la Passione, il dolore, il sacrificio di tutti gli uomini. Non si tratta di “cercare” i musulmani. Si tratta invece di aprirsi a chiunque voglia condividere. Non sono credente ma quella proposta a me pare assolutamente coerente con il messaggio della Chiesa. Capisco lo spirito della proposta. Non capisco il no. Anche perchè non mi risulta che se si presenta qualcuno e chiede di portare la Cassa gli si chieda se è in regola con i Sacramenti. Savona è cambiata , ci sono – sempre di più – molte persone che saranno i Savonesi di domani e che fanno figli, per fortuna. La Savona giovane e prestante non ha più solo origini savonesi . Se però sei vecchio non te ne accorgi e forse non hai nemmeno più i contatti che invece molti altri hanno.

Così come non capisco il no alle donne portatrici. Se sì tratta di rispetto della “tradizione”, basta leggere la storia della Processione per capire che ci sono stati momenti di cambiamento anche importanti; se si presume che sia troppo faticoso, l’obiezione fa sorridere. Conosco donne che solo con la forza della determinazione sono in grado di fare cose che gli uomini si scordano mentre nel passato ho visto portatori che a fatica arrivavano alla fine del percorso.

Anche sul dibattito “occasione turistica o momento religioso” resto perplesso. Pare del tutto evidente che la Processione non si possa trasformare in una Fiera o in un concerto rock. Tuttavia non si capisce perché non si possano adottare semplici misure di attenzione verso coloro che da fuori Savona decidono di venire ad assistere. Per esempio – banalmente – l’altra sera si poteva far sfilare la processione senza casse ma con i portatori (magari con un attimo più di attenzione alle cappe), facendo uscire tutti i simboli non a rischio di danneggiarsi per la pioggia, oppure negli oratori mettere a disposizione dei turisti qualcuno che raccontasse la processione. Tutte misure banali ma che avrebbero dimostrato una attenzione maggiore verso gli ospiti della nostra Città.

Non sono tante le Città che possono contare su una Processione come quella savonese. E’ giusto offrirla anche ai non Savonesi in tutti i modi rispettosi dell’evento ma al passo con la modernità. Se invece si pretende di gestirla come se appartenesse a pochi e sempre agli stessi, non si fa il bene della Processione. La si condanna per troppo amore come tante cose sono condannate a Savona perché si lasciano sempre nelle stesse mani, generose, in buona fede, depositarie della memoria ma superate. Prenderne atto è saggezza. C’è una frase pericolosissima, la più pericolosa di tutte, la più pericolosa in assoluto, che condiziona Savona : “emmu sempre fetu cuscì”. Abbiamo sempre fatto così.

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