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Ode all’allenatore/allevatore

Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

Nello sport in generale e nel calcio in particolare gli allenatori mediamente si dividono in due generi: gli allenatori “allevatori” e gli allenatori “selezionatori”.

Al primo genere appartiene la stragrande maggioranza degli allenatori dei club dilettantistici, quelli che si trovano ad allenare il figlio (più o meno predisposto), del dottore, del commerciante, dell’artigiano del luogo, a volte del paese, in cui vivono. Del secondo genere, invece, fanno parte gli allenatori dei Comitati, delle Delegazioni, dei Gruppi Sportivi, delle Nazionali, delle squadre semiprofessioniste e professioniste, che molto spesso allenano, solo chi scelgono (o qualcuno lo ha fatto per loro) di allenare.

La Fondazione Agnelli ha studiato da tempo un criterio di selezione degli insegnanti in relazione al rendimento dei propri allievi. Può funzionare, di norma, se sono io (parlo a nome dei mister) il responsabile della scelta degli allievi. Nel caso opposto, non vedo come si possa valutare il lavoro sui risultati in sé di chi parte da elementi con capacità motorie e intellettuali estremamente diverse. In genere gli allenatori “selezionatori” godono di maggior prestigio rispetto ai colleghi “allevatori” e, infatti, l’allenatore della nazionale italiana (l’attuale circostanza negativa capitata a Ventura non fa testo), che è per eccellenza un allenatore selezionatore, è certamente considerato più “figo” di quello della polisportiva locale. Ovvio: è più difficile diventarlo: pochi, pochissimi diventano “selezionatori” mentre tutti possono proporsi come allenatori “allevatori”; il livello tecnico espresso è decisamente più alto; un “selezionatore” è ritenuto un professionista, mentre l’altro erroneamente è visto come un dilettante.

Eppure, nello specifico dell’arte dell’allenare in sé, il vero allenatore è il secondo. In uno dei grandi classici dell’arte d’insegnare, si legge un’importante verità: nessun uomo può insegnare a un altro uomo. Ciò significa che la via per l’apprendimento non è mai diretta e imperativa. Non si può dire a un atleta “fa così” e pensare che per magia egli riesca subito a eseguire quello che gli è stato indicato. Sarebbe troppo facile e saremmo tutti dei campioni. La via per l’apprendimento ha tempi e modi strettamente legati agli individui e ognuno impara secondo i propri (così, almeno, la pensa sant’Agostino, autore del “De Magistro”). L’allenatore “selezionatore”, allora, scegliendo chi ha già dentro di sé la verità tecnica, limita la sua opera ad aspetti, diciamo, esterni come le strategie di gara, gli schemi di gioco, i piccoli suggerimenti su qualche aspetto tecnico. Altro compito quello che spetta all’allenatore “allevatore”, il quale non ha di fronte a sé un atleta già molto capace tecnicamente (salvo rari casi) ma un giovane ai primi passi, a cui deve insegnare tutto, senza, però, poterlo fare in modo diretto: “fa così e così”, perché non ne trarrebbe alcun risultato.

Dice il filosofo, che insegnare significa saper risvegliare all’interno dell’individuo ciò che lo porterà a riflettere sul proprio miglioramento. E’ esattamente questo quello che cerca di fare l’allenatore “allevatore”, il quale prova in tutti i modi a dare quei suggerimenti attraverso i quali l’allievo possa iniziare “in interiore” a capire lo sport che sta praticando. La parola “allenare” deriva da “lena” che significa “forza di volontà, energia, vigore”, tutti stati interiori dell’essere. C’è, allora, l’allenatore “selezionatore”, abile sulle cose esterne e l’allenatore “allevatore”, che lavora su quelle interne, quelle intime.

Non c’è dubbio, che l’allenatore in sé, quello che fa la fatica più nobile dell’arte di allenare, sia senz’altro il secondo a cui vanno riconosciute grandi qualità quali l’impegno e la passione, doti che vengono esaltate dallo studio e dall’applicazione.

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