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Andora, a Palazzo Tagliaferro la mostra “Francesco Zefferino – I volti invisibili del paradosso”

Inaugurazione alle 18.30 di venerdì 8 dicembre

Andora. Il Contemporary Culture Center di Palazzo Tagliaferro aprirà il programma di eventi delle festività natalizie 2017 l’8 dicembre alle 18. 30 con l’inaugurazione della mostra “I volti invisibili del paradosso – Francesco Zefferino” e la project room “Stanze della mente e sortilegi – Chiara Coccorese”.

Francesco Zefferino, pittore pugliese, ha appena ritirato il primo premio, nella sezione grafica, del Premio LYNX 2017 Premio Internazionale di Arte Contemporanea, è attento studioso delle tecniche dei grandi maestri del Rinascimento, nel suo percorso artistico ha analizzato gli antichi trattati di pittura del cinque-seicento e i restauri di dipinti storici arrivando a ricostruire i procedimenti tecnici consolidatisi nei secoli di storia dell’arte. I suoi modelli artistici sono i grandi del passato Caravaggio, Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Raffaello lo sguardo, però, è rivolto al mondo contemporaneo e i suoi dipinti ritraggono, infatti , squarci di vita metropolitana con una verosimiglianza quasi foto-realistica sottilmente visionaria.

Francesco Zefferino, vincitore di premi di rilievo con opere presenti in alcune delle collezioni più importanti quali Foundation VAF Stiftung, Am Main MAGMMA Museum, Villacidro, coniuga le antiche tecniche pittoriche di origine rinascimentale con contenuti e tematiche post-moderne che fanno di lui un artista assolutamente originale ed innovativo.

Dice Alessandra Redaelli: “Zefferino è uno psicologo acuto e sottilissimo che al lettino ha preferito il pennello, e il suo è un pennello da fuoriclasse. Capace di una pittura nitida, pulitissima di una levigatezza vellutata in cui la verosimiglianza non è mai freddo iperrealismo, perché è una verosimiglianza calda, intrisa di emozione, coinvolgente come una presa di coscienza.”

La mostra, curata da Viana Conti e Christine Enrile, prevede un percorso espositivo con oltre 30 opere fra tele ed installazioni che, nelle sale del piano nobile di Palazzo Tagliaferro, guideranno i visitatori ad una riflessione sul nostro tempo attraverso la visione delle serie più rappresentative del lavoro dell’artista pugliese.

Presenti in mostra le opere che hanno visto l’artista utilizzare i farmaci come materia pittorica per riprodurre scene irreali ma verosimili che evidenziano l’alienazione crescente della società contemporanea, infatti, gli psicofarmaci sono al primo posto nei consumi dei Paesi avanzati, opere che riichiamano l’interesse di Zefferino per il mondo farmaceutico, in quanto dimensione crescente di un modo di vivere sempre più preda delle ansie contemporanee. “Ansia da prestazione, ansia di restare poveri, ansia di vivere, di morire… Ansia di dipingere”, scrive Francesco Zefferino.

L’esposizione continua con la serie “Invisible” altra dimensione del mondo di Francesco Zefferino che attraverso l’utilizzo di materiali e oggetti recuperati (anche dai cassonetti) de-costruisce e ricostruisce l’universo effimero e fragile degli oggetti quotidiani, qui il tema del vuoto e dell’invisibile come assenza, metafora della precarietà e dell’incertezza della condizione umana.

Installazioni, dipendi e disegni a pastello e carboncino raffigurano paesaggi o situazioni dove il concetto di invisibilità viene espresso attraverso un’anomalia o da un elemento inconsueto che corrompe l’immagine per effetto di un passaggio di cui rimane solo una traccia visiva. E ancora “Unfinished”, serie che muove da una sorta di mappatura di quelli che sono i processi interni all’attività artistica di Francesco Zefferino, presenta opere pittore alcune delle quali con uno spiccato carattere di installazione.

La Project Room dedicata a Chiara Coccorese la cui formazione d’artista, sull’area della pittura, del restauro e della scenografia, ha come esito un’opera in cui l’esperienza pittorica, connessa alla percezione fisica dei materiali un tempo utilizzati (cera d’api, carta, tela, plastilina, colori ad olio) si trascrive nel linguaggio della fotografia digitale senza perdere effetti sensoriali di spessore sinestetico. Chiara Coccorese crea il mondo che intende fotografare ricostruendo, come l’artista statunitense James Casebere (Lansing, Michigan 1953), inventore della fotografia allestita (realizza, dal 1992, modellini, tra gli altri, di luoghi e spazi dell’internamento e dell’isolamento, come prigioni, corridoi e sottopassaggi stradali) set virtuali nella bi-dimensione fotografica digitale o plastici nella realizzazione tridimensionale, ricorrendo, sovente, ad arredi in miniatura e a figure modellate nella plastilina.

Lo scrittore inglese Jonathan Coe, autore nel 2012 del libro, collana Feltrinelli kids, Lo Specchio dei Desideri/The Broken Mirror, trova nelle tavole ideate da questa artista napoletana una tipologia di illustrazione che conferisce al suo testo un elemento di indecidibilità, rispetto all’ambiente in cui si svolge il racconto, delineando una terra di mezzo tra la cultura anglosassone e la cultura mediterranea. Nel mondo artistico di Chiara Coccorese entra anche la maschera partenopea di Pulcinella. Nella photopaint digitale del Circo, giostra della vita, il suo cappello a pan di zucchero diventa un innaffiatoio bianco capovolto, la tradizionale mascherina nera diventa un paio di inquietanti occhiali scuri. Nelle atmosfere carnascialesche, con accenni noir, nella rammemorazione onirica di giochi dell’infanzia, l’artista non cessa di interfacciare le soglie tra realtà e finzione, tra persone reali e figure immaginarie.

La dimensione instabile, oscillante tra macro e microcosmo, disseminata di nonsense e assurdo, rinviante anche al Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie e di Dietro lo specchio, produce tensione e inquietudine, particolarmente quando la scena si sposta nell’ambiente familiare della quotidianità. Il circo, dal tendone rosa, la claustrofobica piscina dove affiorano enigmaticamente, come la parte emersa di un iceberg, le gambe di un’adolescente, attorniate da alcune carte da gioco galleggianti; le mini stanze arredate di cubi iperdimensionati o disposti a croce, misteriosamente abitate, sono anticamere che preludono all’entrata o all’uscita dall’inconscio, dal sogno. La letteratura sfuma nell’universo filmico di Federico Fellini o di Tim Burton, in quello artistico, che investe un ampio arco temporale, ora di un Pop Surrealism, in cui emergono riferimenti a scenari ludici, visionari, spettrali, magici, ora di un Horror Vacui rinviante al clima fiammingo, disseminato di orripilanti dettagli, dei grandi maestri Bosch e Bruegel, brulicante di mostri, di motivi alchemici e astrologici, di un’animalità indecente. In questo scambio tra quotidiano e immaginifico, si intersecano fotografia e pittura, scenografia e scultura. Le ermetiche mise en scène di Chiara Coccorese sono tavole uniche, composizioni a sé stanti, sia narrativamente che stilisticamente, proprio perché costruite come rebus, come campi oracolari, il cui comune denominatore è il percorso di riflessione dell’artista, alimentato dal suo fantasmagorico immaginario.

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