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I 60 anni della Fiat 500: l’omaggio culturale dell’associazione “Zerovolume”

Un omaggio alla Fiat 500, icona pop del design italiano

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Garlenda. Quest’anno ricorre il 60° genetliaco della Fiat 500 forse la vera icona del design italiano degli anni 50 che ancora oggi non smette di esercitare il suo fascino. Un’auto capace di attraversare decenni di profondi cambiamenti rinnovandosi senza mai snaturarsi. Segni distintivi e riconoscibili che vanno aldilà della pura forma e suggeriscono un rapporto addirittura emozionale. Determinanti i forti brand identity di Fiat che aveva un bagaglio di esperienze tecniche e progettuali di prim’ordine, alla cui “attitudine all’invenzione” hanno contribuito nomi del calibro di Dante Giacosa, Pio Manzù e Giorgietto Giugiaro.

D’altronde, come diceva Aristotele “…la prima qualità dello stile è la chiarezza…”. E a questo assioma si è conformato l’allestimento artistico dell’Associazione Collettivo Culturale “Zerovolume” in un lavoro di gruppo progettato e messo in opera da: Silvestro Catelli, Enrica Fracchia, Costanza Grandis, Enrico Roberto Morelli, Umberto Morelli, Veronica Orsucci e Stefania Semolini.

“Il nostro vuol essere un omaggio alla Fiat 500, indiscussa icona pop del design italiano, sin dal primo “muro” che mette a fuoco il numero 60 con gli stencil del musetto della 500 nei colori del bianco, rosso e verde”.

“Il secondo 60 è timbrato con stencil di cammelli gialli su sfondo testa di moro come rappresentazione del bicilindrico quattro tempi di circa mezzo litro, raffreddato ad aria, con disposizione posteriore-trasversale e trazione posteriore. Il terzo muro è letteralmente marchiato da bikini rosso flou in campo azzurro perché questo accessorio d’abbigliamento è sicuramente l’icona sexy bollato anni 50. Più generazioni sognarono guardando i film dell’epoca con i corpi sinuosi di Lucia Bosè, Rita Hayworth, Sofia Loren e Brigitte Bardot generosamente esibiti in bikini”.

“Abbiamo scelto provocatoriamente lo sfondo azzurro per ricordare l’azzurro dell’Oceano Pacifico e il rosso dell’atollo di Bikini, da cui deriva il nome dato dal sarto francese Louis Reard, appartenente alle Isole Marshall, protettorato americano fino al 1986 e poi indipendente, che divennero famose alla cronaca per gli esperimenti nucleari degli Stati Uniti dal 1946 al 1958, in tutto 67 che cambiarono per sempre l’habitat di quella zona. Molti artisti descrissero questo momento altamente drammatico del dopo guerra. Uno per tutti “Le tre sfingi” di Salvador Dalì che rappresenta una perfetta sintesi di immagine paranoica di albero, fungo, testa e distruzione. Dalì ha trasformato la metafora familiare di un fungo atomico in una testa con riccioli bianchi sopra il collo liscio che, a sua volta, sembra assomigliare ad alberi possenti. In un’altra occasione ha usato la forma a fungo delle nubi per il progetto della copertina di Minotaure. Mentre il suo aspetto visivo si presta a molte reinterpretazioni fantasiose, la bomba è politicamente e filosoficamente ambivalente come qualsiasi sfinge: la questione è se le prove sono necessarie o è solo follia malevola. Qui sarà realizzato un “Pic Point” dove i partecipanti al 34° Meeting Internazionale potranno fermarsi per una foto ricordo e firmare i muri del 60°” conclude l’associazione.

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