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Savona, la prima Messa Crismale del vescovo Marino: “Il presbiterio come fraternità eucaristica”

Sguardo ai giovani: "Ci chiedono di essere testimoni credibili che un altro mondo è possibile”

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Savona. Ieri sera una folla come sempre molto numerosa, proveniente da tutte le comunità della diocesi, ha gremito la Cattedrale dell’Assunta in occasione della Messa Crismale del mercoledì Santo, la prima per il nuovo vescovo Calogero Marino alla guida della Diocesi di Savona-Noli. E da tutta la diocesi provenivano ovviamente anche i sacerdoti riuniti per celebrare assieme al pastore e al vescovo emerito Vittorio Lupi questo passaggio molto importante dell’anno liturgico.

A sottolineare ulteriormente il momento di unione, altre due vive testimonianze della nostra Chiesa: presso l’altare delle Anime, i numerosi rappresentanti delle confraternite diocesane che hanno come di consueto presenziato in cappa, mentre nel coro il gruppo vocale composto da cantori di varie realtà corali nelle diverse parrocchie e guidato da padre Piergiorgio Ladone e dal maestro Paolo Venturino. Davanti alle centinaia di fedeli che hanno gremito il Duomo – moltissime persone hanno partecipato alla celebrazione in piedi – e di fronte a tutto il clero, riunito per la rituale benedizione e consacrazione degli oli, il vescovo Marino ha pronunciato un’omelia sul “presbiterio nella Chiesa, fraternità eucaristica”.

Un intervento rivolto in particolare ai sacerdoti, presenti come detto in grandissimo numero, ma non solo. Lo stesso monsignor Gero ha premesso che “è bello che la Messa del Crisma non sia la ‘Messa dei preti’ e soltanto la loro festa, ma l’epifania di tutta la Chiesa”. E i concetti chiave dell’omelia sono proprio la Chiesa come fraternità eucaristica e il presbiterio come fraternità. “Si tratta di convertirci: dalla ‘tristezza individualista’ di una vita, magari formalmente religiosa, dove però ‘non vi è più spazio per gli altri e non entrano più i poveri’, alla gioia del camminare insieme – ha affermato il presule – l’immagine che sempre mi affascina è quella dell’Evangelii Gaudium: ‘la mistica di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio’. Porto ancora nel cuore, con gratitudine, il nostro cammino verso il Santuario, nella festa grande di N.S. della Misericordia. E’ questa la Chiesa che sogno, per questa Chiesa desidero spendere qui a Savona la mia vita!”.

Poi il forte richiamo al presbiterio: “Vale innanzi tutto per noi l’appello a convertirci: a non pensarci come presbiteri isolati e autoreferenziali, ma come presbiterio di fratelli. E’ ciò che la gente apprezza di più: ho visto a Cuba quanto venisse apprezzato il vivere insieme come fratelli di Michele, Paolo e Piero” Il Vescovo si è quindi fermato su altri due pensieri: il primo su fede e fraternità. “La fraternità nel presbiterio non è innanzi tutto un impegno morale, ma ‘comporta originariamente un atto di fede’. La qualità evangelica della nostra fede traspare infatti anche dal modo con cui viviamo il presbiterio! Potremmo quasi dire: “dimmi come vivi la fraternità e ti dirò in quale Dio credi”. E quindi, partendo da una citazione di Giorgio Gaber: “Appartenenza poi è ‘avere l’altro dentro di sé’: Chiesa è la buona notizia dell’altro che accolgo dentro di me”.

“E’ questa fraternità presbiterale, fondata nella fede, che ci consente di vivere la nostra dedicazione alla Chiesa di Dio che è in Savona non come un vestito stretto o un dato solo giuridico, ma come esperienza spirituale e – perfino! – affettiva – ha poi proseguito il Vescovo introducendo il secondo pensiero – concerne il nostro celibato. E’ un dono grande, ma per nulla scontato e talora crocifiggente. Ci chiede d’imparare ad vivere bene la solitudine, ad abitare e nutrire il nostro mondo interiore e le nostre relazioni, perché la solitudine non diventi isolamento… mi pare ci sia un rapporto indissolubile tra il dono della fraternità ecclesiale e la grazia del celibato presbiterale: mai l’uno senza l’altro! Non nel senso ancora superficiale della fraternità come ‘difesa’ del celibato, ma piuttosto la fraternità come luogo di umanizzazione e grembo di un celibato vissuto come possibile e gioiosa pienezza di umanità. Fraternità come casa, come grembo”.

Infine un ultimo sprone: “I ragazzi e i giovani, in particolare, chiedono a noi preti (che certo siamo figure un po’ strane, quasi alieni nel mondo di oggi. Figure paradossali, come paradossale è il Vangelo) di essere testimoni credibili che un altro mondo è possibile, che una diversa qualità delle relazioni è possibile, che amare con tenerezza e senza usare il corpo dell’altro può essere possibile! ‘Mundus reconciliatus Ecclesiae’, la Chiesa è il mondo riconciliato. Noi siamo al servizio di questo sogno e di questa possibilità!”.

TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DEL VESCOVO MARINO

La commozione grande che abita questa sera il nostro cuore è per me raddoppiata dalla gioia di celebrare con voi, per la prima volta, la Messa del Crisma: siamo Chiesa, la Chiesa di Dio che è in Savona, e vogliamo fissare gli occhi su Gesù, come a Nazareth, quel sabato, in sinagoga. Perché questa è la Chiesa, secondo la bellissima espressione di LG 9: “l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù”. Siamo diversi, per età, cammino e scelta vocazionale (ed è bello che la Messa del Crisma non sia la “Messa dei preti” e soltanto la loro festa, ma l’epifania di tutta la Chiesa), sensibilità spirituale. Siamo però raccolti nello stesso sguardo: vogliamo -come dicevo il giorno del mio ingresso a Savona- guardare e riconoscere Gesù, ma in realtà siamo riconosciuti e guardati da Lui. Ed è questo essere guardati e amati da Lui che ci fa Chiesa, fraternità dei discepoli che guardano Gesù e anzi sono preceduti dal suo stesso sguardo.

Su questo vorrei fermarmi questa sera per un attimo: sulla Chiesa come fraternità eucaristica (anche se dell’Eucaristia parlerò solo domani, nella Messa in Coena Domini), e, in essa, sul presbiterio come fraternità.
Si tratta di convertirci: dalla “tristezza individualista” di una vita, magari formalmente religiosa, dove però “non vi è più spazio per gli altri e non entrano più i poveri” (EG 1), alla gioia del camminare insieme. L’immagine che sempre mi affascina è quella di EG 87: “la mistica di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio”. Porto ancora nel cuore, con gratitudine, il nostro cammino verso il Santuario, nella festa grande di N.S. della Misericordia. E’ questa la Chiesa che sogno, per questa Chiesa desidero spendere qui a Savona la mia vita!

Ma in questa Chiesa il presbiterio. Vale innanzi tutto per noi l’appello a convertirci: a non pensarci come presbiteri isolati e autoreferenziali, ma come presbiterio di fratelli. E’ ciò che la gente apprezza di più: ho visto a Cuba quanto venisse apprezzato il vivere insieme come fratelli di Michele, Paolo e Piero.

So per esperienza che non è facile. Preferisco anch’io chiudermi nel guscio delle tante cose anche buone e belle che ho da fare, giustificando così il mio individualismo e sottraendomi alla fatica delle relazioni, spesso inevitabilmente conflittuali. Quando vivo così, mi riscopro però più stanco e privo di gioia.
Quando invece esco dalla mia autoreferenzialità e incontro voi, miei fratelli nel presbiterio, faccio esperienza di una fecondità inattesa: si vede più in profondità e l’orizzonte, magari d’improvviso, tende a schiarirsi. Il cuore s’intenerisce e si scopre capace di coinvolgersi in un autentico, umanissimo voler bene. Fratelli tra noi presbiteri, non ci isoliamo in una casta, ma anzi diventiamo meno direttivi e più capaci di tenerezza verso chi il Signore ci affida. E’ stato detto da qualcuno che da soli si va più veloce, ma insieme si va più lontano, e credo sia vero!

Ma su due pensieri voglio per un attimo fermarmi.
Il primo. Fede e fraternità. La fraternità nel presbiterio non è innanzi tutto un impegno morale, ma “comporta originariamente un atto di fede”. La qualità evangelica della nostra fede traspare infatti anche dal modo con cui viviamo il presbiterio! Potremmo quasi dire: “dimmi come vivi la fraternità e ti dirò in quale Dio credi”. Come sono chiamato a riconoscere nel segno povero del pane il Corpo risorto del Signore, così (con una fede altrettanto coraggiosa e impossibile, agli occhi del mondo) sono chiamato a riconoscere nell’altro presbitero, così diverso da me!, un fratello. La fraternità ecclesiale e presbiterale è allora il dono di una prova che mi permette di vedere senza maschere lo stato effettivo della mia fede nella resurrezione! Non a caso la predicazione giovannea utilizza proprio l’amore fraterno come criterio per valutare la fede o l’incredulità: “noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (I Gv 3,14. Su questo, cfr. PAGAZZI, C’è posto per tutti).
E’ questa fraternità presbiterale, fondata nella fede, che ci consente di vivere la nostra dedicazione alla Chiesa di Dio che è in Savona non come un vestito stretto o un dato solo giuridico, ma come esperienza spirituale e, perfino!, affettiva. Perché “non si può vivere senza affezionarsi” (Magatti) e senza appartenere. Appartenenza poi è “avere l’altro dentro di sè” (Gaber): Chiesa è la buona notizia dell’altro che accolgo dentro di me. Mi affascinano sempre le parole bellissime di Jean Vanier: “noi apparteniamo a un gruppo quando camminiamo insieme, consapevoli di aver bisogno gli uni degli altri, deboli o forti, abili o no. Se camminiamo verso la libertà interiore, questa appartenenza non ispirerà sensi di superiorità. Non cercherà di escludere il debole, il povero, lo straniero, anzi lo includerà, perché essi hanno il potere segreto di aprire i nostri cuori alla fiducia reciproca e alla comprensione…”.

Il secondo e ultimo pensiero concerne il nostro celibato. E’ un dono grande ma per nulla scontato e talora crocifiggente. Ci chiede d’imparare ad vivere bene la solitudine, ad abitare e nutrire il nostro mondo interiore e le nostre relazioni, perché la solitudine non diventi isolamento. Mi colpiscono molto le parole del card. Montini: “chi segue il Signore viene a trovarsi, in un determinato momento, in un deserto: la sua compagnia è misteriosa ed è velata dai segni stessi che la rendono presente, i sacramenti. Si resta, umanamente parlando, estremamente soli. Non ci sarà una famiglia per noi, non ci sarà una conversatio, una paternità, una maternità, un’amicizia, una fratellanza per noi?”.
Mi pare ci sia un rapporto indissolubile tra il dono della fraternità ecclesiale e la grazia del celibato presbiterale: mai l’uno senza l’altro! Non nel senso ancora superficiale della fraternità come “difesa” del celibato, ma piuttosto la fraternità come luogo di umanizzazione e grembo di un celibato vissuto come possibile e gioiosa pienezza di umanità. Fraternità come casa, come grembo.
E’ la qualità delle relazioni che custodisce e alimenta la bellezza del celibato e diventa testimonianza vocazionale. Possibilità che la vita del prete sia una vita “bella, buona e beata”.
I ragazzi e i giovani, in particolare, chiedono a noi preti (che certo siamo figure un po’ strane, quasi alieni nel mondo di oggi. Figure paradossali, come paradossale è il vangelo) di essere testimoni credibili che un altro mondo è possibile, che una diversa qualità delle relazioni è possibile, che amare con tenerezza e senza usare il corpo dell’altro può essere possibile!
“Mundus reconciliatus Ecclesiae”, la Chiesa è il mondo riconciliato. Noi siamo al servizio di questo sogno e di questa possibilità!

+Calogero Marino

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