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Presunte irregolarità nella gestione di un’amministrazione di sostegno: due avvocatesse condannate

Il giudice Giorgi ha condannato l'avvocato Simona Perrone e la collega Chiara Rabellino, i difensori sicuri della loro innocenza: "Faremo appello"

Savona. Si è chiuso con una doppia condanna per tentato abuso d’ufficio il rito abbreviato che vedeva a giudizio due avvocatesse della Val Bormida, Simona Perrone e Chiara Rabellino, nell’ambito di un’indagine che ruotava intorno a presunte irregolarità nella gestione di un’amministrazione di sostegno.

Questa mattina il giudice per l’udienza preliminare Fiorenza Giorgi ha condannato ad un anno l’avvocato Perrone ed a otto mesi la collega Rabellino (ad entrambe è stata concessa la sospensione condizionale della pena). I due legali, inizialmente, erano stati indagati per tentato peculato, ma il gup al termine del rito abbreviato (che consente di ottenere uno sconto di un terzo della pena) ha deciso di riqualificare il reato appunto in tentato abuso d’ufficio, ma per conoscere i motivi della decisione bisognerà attendere trenta giorni.

Il processo ruotava intorno ad una richiesta di nomina di un curatore speciale per un suo assistito presentata al giudice tutelare dall’avvocato Perrone. La richiesta avrebbe poi permesso al curatore speciale di presentare una proposta di acquisto, con formula “buy to rent”, di un immobile di proprietà dell’amministrato dell’avvocato Perrone proprio in favore dello studio associato delle due avvocatesse. Un comportamento che, secondo la tesi della Procura, era in palese violazione della norma del codice civile che impedisce ad un amministratore di sostegno di intestarsi un bene dell’amministrato. Ed era stato proprio per l’intervento del pubblico ministero che l’atto per la compravendita dell’immobile (che si trova nello stesso stabile dove ha sede lo studio legale) da parte delle due professioniste non era poi andato a buon fine. A quel punto nei loro confronti era scattata però l’indagine per tentato peculato perché gli inquirenti avevano ravvisato l’intenzione di appropriarsi dei beni della persona tutelata.

Una tesi che è stata duramente contestata da parte dei difensori degli avvocati Perrone e Rabellino secondo cui non c’era nessuna volontà di mettere le mani sui soldi e sui beni dell’uomo di cui veniva gestito il patrimonio.

“Siamo assolutamente convinti dell’innocenza delle colleghe ed in particolare di quella della nostra assistita che non ha mai firmato nessuna richiesta o documento, ma è stata coinvolta soltanto perché associata con la collega” precisa l’avvocato Amedeo Caratti che insieme al collega Massimo Badella difende Chiara Rabellino.

“Confidiamo che in appello vengano assolte perché siamo convinti che siano estranee alle accuse. Questa ci sembra una condanna fuori luogo anche se è rilevante che il reato già in questa sede sia stato qualificato come abuso d’ufficio e non come peculato” conclude l’avvocato Caratti.

Secondo la difesa, l’avvocato Perrone, assistito dall’avvocato Stefano Savi, ha agito in totale buona fede tanto che ha chiesto la nomina di un curatore speciale per valutare se la compravendita con formula “rent to buy” in favore dello studio associato fosse attuabile o meno. A dare il via libera all’operazione (così come a valutare le condizioni economiche del contratto) non sarebbe quindi stato l’amministratore di sostegno, ma proprio il collega nominato dal giudice tutelare. Di qui la convinzione che, anche ammettendo che ci possa essere stato un errore, il legale non abbia commesso nessun atto con l’intento di appropriarsi dei beni della persona da lei tutelata.

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