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Pianeta Sassuolo: dove la cultura nasce dal settore giovanile

Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

Uno degli aspetti più pesanti da sopportare legati alle complicate e infelici vicende finanziarie che ciclicamente coinvolgono le società sportive professionistiche (e non solo), è il fatto che a pagarne le spese (nel silenzio assoluto o quasi) il più delle volte siano i più piccoli, “quelli che il pallone” lo vivono ancora come una semplice e appagante passione.

E l’inaridimento del settore giovanile e dell’attività di base di qualunque pratica sportiva (il calcio in particolare vista la sua vasta eco) è un colpo letale per la comunità, per la sua coesione sociale, per la capacità di interagire e integrare.Sempre più spesso si sente la necessità di fare qualcosa per salvare e migliorare il settore giovanile italiano,che negli ultimi anni ha evidenziato alcune inclinazioni che hanno poco a che fare con la crescita dei ragazzi e lo sviluppo delle loro passioni.

Le apprensioni eccessive dei genitori e le contaminazioni economiche di questo spazio (che dovrebbe essere riservato al coltivare le qualità tecniche quanto quelle umane) sono tangibili non solo nei settori giovanili dei grandi club, ma anche a livello locale, dove capita che gli allenatori mirino esclusivamente a fare risultato facendo scadere alcuni principi etici che dovrebbero essere seguiti per educare degli uomini. Le pressioni dovute agli investimenti delle società ricadono sulla qualità della preparazione e il rischio che comporta questo fenomeno è quello di soffocare l’entusiasmo e le motivazioni dei ragazzi tesserati.

Vi abbiamo ricordato, in proposito, il caso più recente e mediatico di Filippo Cardelli, giovane laziale che si è sfogato sui social in seguito alla decisione di abbandonare il suo sogno. Fortunatamente c’è chi ha ancora a cuore la purezza di questo sport, infatti ad inizio 2016 al Mapei Stadium è stato presentato il progetto: “Sassuolo Calcio e La Giovane Italia: un nuovo modello per crescere giocando”.

Nato grazie al club neroverde, ispirato dai principi della rubrica di Paolo Ghisoni e dal libro “Il calcio e l’isola che non c’è” di Ezio Glerean, si tratta di un progetto che ha l’intento di rivoluzionare la cultura sportiva odierna. Ciò che muove questa nuova associazione è il bisogno di formare un ragazzo piuttosto che insegnargli esclusivamente a tendere verso il risultato, con esperimenti che partono dall’allenatore sugli spalti e dalla conseguente autogestioneDa un lato il progetto sportivo vuole valorizzare i settori giovanili italiani dando risalto ai giovani calciatori Under 19, dall’altro intende promuovere il Sassuolo Calcio come modello di italianità, con particolare attenzione alla crescita dei propri calciatori, a partire dalle categorie del Settore Giovanile. Presenti alla presentazione ufficiale abbiamo raccolte le testimonianze dei protagonisti principali convenuti.

Ghisoni, giornalista Sky e ideatore dell’iniziativa: “La volontà è quella di dare risalto in particolar modo al calcio giovanile italiano. Sono 5 anni che facciamo un almanacco che raccoglie i migliori talenti e da quest’anno abbiamo cercato di valorizzare anche caratteristiche etiche, comportamentali. Inoltre abbiamo uno spazio televisivo dedicato per dare risalto a questi ragazzi. L’obiettivo è quello di creare un format che, con la vicinanza della prima squadra, gratifichi dei ragazzi che abbiano rispetto per lo sport che stanno praticando: la volontà è quella di riportare il gioco al centro, cercando di lasciarli liberi di interpretare il gioco del calcio strettamente dal punto di vista ludico, lontano dalle varie pressioni.

Glerean, che sostiene l’inserimento del disegno LGI all’interno della categoria Esordienti 2004: “Raccontare questa idea in breve è difficile, ma cercherò di spiegarvi da dove si è partiti. La nostra storia ci dice che, fino a un po’ di tempo fa c’erano dei campioni e adesso ce ne sono molto pochi. Se andiamo a vedere, questi big del calcio sono partiti giocando nelle parrocchie o nelle strade, senza qualcuno che dicesse loro cosa fare. In Olanda c’erano gli allenatori che istruivano durante la settimana e la domenica lasciavano i ragazzi da soli, mentre loro andavano in tribuna con i giocatori. Abbiamo provato a portare questa idea rivoluzionaria, cominciando dalla Seconda Categoria e poi con una squadra di Esordienti e vedevamo che più si lasciava l’iniziativa, fare delle cose, e magari sbagliarle, più loro crescevano e non era una crescita soltanto tecnica, ma soprattutto di personalità. Quella dell’autogestione è la strada da percorrere. In Italia abbiamo molti talenti che abbandonano il calcio e questo perché non si appassionano, come invece facevamo noi, perché eravamo padroni del nostro tempo. Adesso molti ragazzi giocano pochissimo, non possiamo pensare che con 2-3 allenamenti i ragazzi crescano, ma soprattutto a loro manca la possibilità di scegliere: gli si fa fare quello che vogliamo noi, non quello che vogliono loro. I bambini più che imparare a giocare, vogliono semplicemente giocare. Poi c’è il lato etico, però non possiamo pensare di mettere delle regole prima che si appassionino. Per questo credo che prima di allenare i piedi e la testa, bisogna allenare il cuore”.

Il coach del Sassuolo Calcio Eusebio Di Francesco ha così riassunto: “Io spesso parlo anche di strutture, di mentalità di far entrare il calcio nelle scuole. Spesso si sente dire che o il ragazzo gioca a calcio o va a scuola. Ritengo che poter far studiare e nello stesso tempo giocare sia fondamentale. I ragazzi con maggiore cultura hanno anche maggiore capacità di apprendimento e questo non è un aspetto da trascurare e lo dice uno che ha scelto la scuola del calcio e che poi ha dovuto recuperare. E’ una cosa su cui dobbiamo riflettere: questo è soltanto un primo passo. Spesso sento dire che i genitori litigano durante le partite: anche i genitori devono essere coinvolti in questo processo di crescita”.

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