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“La solitudine dei nativi digitali”, ecco la pièce teatrale sulle nuove tecnologie

Protagonista l'autrice e attrice Silvia Paonessa che sta promuovendo l'originale performance teatrale

Borgio Verezzi. Uno spettacolo che certamente farà riflettere le giovani generazioni ma non solo e che arriva direttamente da una autrice e attrice savonese, Silvia Paonessa, protagonista di numerosi programmi televisivi di successo, spot pubblicitari e spettacoli artistici. E ora anche scrittrice e interprete con “Asocial Network – storie di nativi digitali”: questo il titolo della pièce teatrale che apre un ragionamento serio e ironico sul boom della tecnologia informatica e della telefonia mobile, l’essere costantemente legato alla “connettività” digitale.

LA STORIA: lo spettacolo parla di Anita, una ragazza sensibile come tante: Anita cerca l’amore, stabilità, amici sinceri, un lavoro. Anita sta cercando la sua strada. Anita cerca di soddisfare le aspettative di società, amici, famiglia… E a volte anche le sue. Anita ci prova, ci prova disperatamente… Lei e quel continuo chiacchiericcio con il mondo fuori. Anita è nata “digitale”, ha una relazione di profonda interdipendenza con la tecnologia. Nella vita di Anita tutto scorre tranquillo… Fino a che, per una stupida dimenticanza, i fatti prendono una piega completamente diversa. Anita si ritrova sola, di fronte a se stessa, con un orso gigante a farle da coscienza. Ne scaturisce un dialogo comico e surreale sui temi fondamentali della vita e dell’esistenza.

“La società in cui viviamo è una società in continua evoluzione, una società veloce, votata al consumo, dove la tecnologia ha portato nella vita delle persone nuovi modi di agire e nuove abitudini, ma parlando degli ultimi trent’anni oltre che di rivoluzione tecnologica si deve parlare anche di rivoluzione sociale” racconta l’autrice e l’interprete dello spettacolo.

“I primi nativi digitali, le generazioni degli anni ottanta e novanta, hanno vissuto fin dalla nascita in simbiosi con le nuove tecnologie, le quali hanno plasmato il modo di apprendere, di conoscere, di comunicare, ma soprattutto l’approccio alla realtà. Per i nativi, infatti, il “virtuale” è realtà: le tecnologie sono l’estensione della sfera privata e sociale. Ma cosa succede quando questi nativi vengono privati della loro estensione?”.

“Anita è una nativa digitale: trent’anni sono esattamente la fascia di età in cui non si è più giovani, e quindi certe cose non ce le si può “più” permettere… Ma non si è nemmeno vecchi, per cui certe cose non ce le si può “ancora” permettere”.

“Trent’anni sono un’età in cui si vorrebbe ancora pensarsi ragazzini, ma il fisico inizia a comunicare il passare del tempo, così si realizza che non si è immortali e che prima o poi si dovrebbe iniziare a vedere un futuro definito”.

“Il trentenne nativo digitale, infatti, sente le responsabilità sociali secondo le quali egli a questa età avrebbe già dovuto costruire una famiglia, trovare un lavoro stabile, aver preparato la strada per gli anni che verranno”.

“Anita non ha niente di tutto ciò; la sua vita è ancora un guazzabuglio di amori, insicurezze, frustrazioni, paure, necessità, desideri… E sembra davvero non riuscire ad uscirne: la vita le cade addosso”.

“Anita ha sempre qualcosa da fare, un’amica con cui parlare, un amante a cui scrivere, un call center con cui bisticciare…ma fondamentalmente Anita è sola. Come è sola sul palcoscenico” aggiunge ancora l’autrice.

“Le telefonate, i messaggi e le applicazioni mostrano uno spaccato della società tragicomico e surreale, attraverso il quale la protagonista vive tutti gli umori dell’animo umano, ma non riesce a vederne la grande verità nascosta: questa vita virtuale provoca sì sensazioni vivide, ma è sempre e solo un riflesso della vita reale. L’iperconnessione che la isola sempre più…”.

“La storia è imperniata sulla semplice tesi che la tecnologia eleva sì l’uomo, con nuovi modi di espansione digitale, ma ha anche un gran limite: prima o poi si scarica. Eliminata la distrazione, infatti Anita si ritrova di fronte a se stessa. Il dramma della solitudine e dell’abbandono consumeranno la nostra protagonista fino a che il vuoto lasciato dalla tecnologia non verrà colmato da qualcosa di molto più grande: il dialogo con la ritrovata coscienza, che si materializzerà in un orsacchiotto gigante sul palcoscenico. Anita finalmente ritrova se stessa e la propria connessione, quella reale, di un essere umano presente a se stesso”.

silvia paonessa

Lo spettacolo è in fase di promozione e non si esclude possa essere già inserito nella programmazione estiva dei comuni del ponente savonese con appuntamenti a Borgio Verezzi e Loano: il progetto da parte dell’autrice e attrice è quello di portare in scena la rappresentazione anche a Milano nella prossima stagione autunno-inverno.

E l’ideatrice dell’originale pièce teatrale spiega ancora: “Ho voluto raccontare la storia di questa ragazza, rapita dalla vita frenetica odierna, continuamente alla ricerca di qualcosa …ma semplicemente ella non aveva ancora avuto un momento per fermarsi a pensare, pensare a cos’era la cosa che le mancava più di tutte: se stessa, lei, il centro del suo mondo”.

“Ho voluto dire che ciò che può rivelarsi una vera tragedia a volte può portare a nuove prese di coscienza. In questo caso è una batteria che si scarica, ma esempi nella vita reale si sprecano. La vita si basa su questo ciclo eterno di morte e rinascita, che e ciò che la vita la rende unica. Qualcosa muore qualcosa nasce ogni momento, sta solo a noi scoprirlo”.

“Si dice che la vita sia quella cosa che accade mentre tu sei impegnato a fare altro. Credo che sia vero per la maggioranza delle persone la maggior parte del tempo. Spesso siamo troppo presi per fermarci ad osservare il mondo e noi stessi, i nostri rapporti le nostre emozioni e pensieri”.

“Spegniamo tutto: la TV, il computer, il telefono, salutiamo il vicino, abbracciamo il compagno, giochiamo con i bambini, amiamo gli anziani, aiutiamo il prossimo, questo e ciò che rende la vita unica davvero” conclude Silvia Paonessa.

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