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Vado piange Janina Maciaszeck, deportata polacca e insegnante dell’Unisabazia

Ha raccontato la sua vita e le sue esperienze durante il periodo bellico nei volumi "Nord o Sud" e "La poltrona di Katzia"

Vado Ligure. A Vado è lutto per la comparsa di Janina Maciaszeck, deportata polacca e insegnante di lingue dell’Unisabazia. A ripercorrerne la vita sono i suoi stessi allievi, che raccontano i momenti salienti della sua esistenza e soprattutto il legame indissolubile con il savonese.

“Nonostante il dramma dovuto ad un periodo di prigionia in un campo di lavoro nazista in Germania a seguito dell’invasione polacca da parte dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale – raccontano – Janina non rinuncia alla vita e all’amore. Anzi, nonostante gli stenti e i vestiti sgualciti e la lingua diversa, riconosce nel vadese Piero Levratto l’uomo della vita. Quest’ultimo, fratello del leggendario calciatore del Vado, fa breccia nel cuore della giovane polacca e comunicando in francese, lingua comune a entrambi, alla chiusura del campo convince Janina e seguirlo verso l’Italia alla ricerca della felicità di entrambi”.

“Dopo un lungo viaggio della speranza, svolto prevalentemente a piedi dalla Polonia all’Italia, Janina capisce che non potrà più condurre la vita agiata come nel periodo prima dell’invasione polacca e dopo essere convolata a nozze si concentra sulla vita domestica e di coppia. E così lei, donna di cultura dedita allo studio e all’insegnamento, impara a cucinare a cucire e a portare avanti il menage familiare. Superati a pieni voti questi esami e realizzatosi come moglie, madre e nonna, sente il bisogno di nuove sfide personali, e riprende l’attività di insegnante impartendo, come volontaria, lezioni di francese e tedesco presso l’Unisabazia di Vado Ligure e preparando i ragazzi delle medie; la sua passione si scontra contro gli ostacoli offerti dalla burocrazia del comune vadese, cui ovvia con la propria disponibilità e generosità”.

“Superati i novant’anni, sente un desiderio fino allora silente, di testimoniare le vicissitudini giovanili e le conseguenze della guerra, in modo che le nuove generazioni sapessero e non ripetessero gli stessi sbagli, così si scopre scrittrice e lascia i posteri libri come ‘Nord o Sud’ e ‘La poltrona di Katzia’, che lei stessa promuove in occasione di eventi pubblici locali. L sua opera principale, ‘Nord o Sud’, racconta i momenti fatidici della ‘sliding doors’ della sua vita, quando scelse di riparare a Sud col suo Piero, nell’altra ‘La poltrona di Katzia’, racconta l’ amicizia avvenuta in treno, con un’altra deportata polacca”.

“L’attenzione per i giovani la vede impegnata ogni anno in occasione del giorno della memoria, presso le scuole medie vadesi, per spiegare cosa è stato il nazismo ed il fascismo; non nasconde il suo dissenso per i metodi di insegnamento attuali, il lassismo, l’allontanamento dai vecchi metodi tradizionali, la scarsa attenzione verso la grammatica della scuola attuale. Le sua capacità di comunicazione era semplice ma efficace, trasversale alle generazioni, il suo entusiasmo, il suo spessore culturale, la sua voglia di mettersi in gioco come insegnante, scrittrice etc. la rendeva talmente coinvolgente, da contare innumerevoli amicizie nel savonese. Le sue lezioni, oltre ad essere proficue, non erano mai povere di incisi sulla vita quotidiana e sempre farcite di consigli preziosi. Come non perdeva mai l’ occasione di ripetere, il mestiere di insegnante, al pari di quello di dottore o infermiere può essere svolto solo per vocazione”.

“La sua intelligenza e dinamismo intellettuale, le consentiva di essere sempre al passo coi tempi; se non fosse stato per le sue rughe, o per i suoi racconti sui suoi trascorsi in Polonia, nessuno avrebbe mai potuto indovinarne l’età. Una persona modestissima e discreta, da non fare sentire mai l’interlocutore inadeguato o banale, era portatrice, nonostante abbia convissuto in giovinezza col dolore, la morte e la paura, di un messaggio di speranza, di incitamento a migliorarsi e a credere in se stessi”.

Janina è scomparsa il 15 settembre, poco prima di compiere 96 anni, dopo un breve ricovero al San Paolo: “Le nuove generazioni hanno perso definitivamente ciò di cui hanno più bisogno: un modello a cui ispirarsi. Ma Janina ha lasciato una lezione importanti: ‘Solo dopo essere stati prossimi alla morte, privati di ogni dignità, libertà, affetti familiari si può attribuire il giusto significato alla parola vita’. Janina sapeva tutto questo, se lo era conquistato sul campo. Aveva compreso, nel corso della sua prigionia, che occorre lottare e migliorarsi continuamente.”

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