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“Avete spazio per ospitare i profughi?”: la Prefettura contatta le strutture ricettive in cerca di accoglienza

Il savonese si prepara ad accogliere altri 30 profughi arrivati qualche giorno fa a Genova

Savona. “Avete disponibilità di posti per ospitare alcuni profughi?”. E’ questa, in estrema sintesi, la domanda che si sono sentiti fare negli ultimi giorni alcuni gestori di strutture ricettive della provincia contattati telefonicamente da persone presentatesi come incaricate della prefettura di Savona.

In questi giorni i vertici del Palazzo del Governo di piazza Saffi si stanno occupando di gestire l’accoglienza di una trentina di immigrati arrivati a metà settimana a Genova da Crotone. Una nuova ondata di arrivi alla quale evidentemente il nostro territorio non è in grado di far fronte in questo momento, vista anche la proposta (avanzata dalla stessa prefettura ai sindaci del savonese a metà settembre scorso) di aumentare la quota percentuale che costituisce il “tetto massimo” di profughi che ogni Comune può “accollarsi”.

I diversi bandi con i quali la prefettura chiedeva a Comuni e privati cittadini avessero disponibilità di mettere i loro alloggi a disposizione per ospitare i migranti non hanno ottenuto le adesioni sperate e così il progetto di “accoglienza diffusa” si è in parte arenato. Ora i nuovi arrivi, ai quali i rappresentanti del Governo cercando di far fronte rivolgendosi ai gestori di strutture ricettive che in passato (o ancora oggi) hanno dato ospitalità ai nuovi migranti in arrivo sul nostro territorio.

E mentre l’assessore regionale della Lega Stefano Mai attacca le prefetture responsabili a suo dire di “calpestare il ruolo dei sindaci”, il sindaco di Albisola Superiore Franco Orsi mette in dubbio il corretto funzionamento del sistema di accoglienza.

“Il sistema così come organizzato non può funzionare e di fatto anziché dare una risposta ad un problema umanitario finisce con l’essere la causa del suo aggravarsi – dice Orsi su Facebook – Oggi chiunque si trova nel mar Mediterraneo su un barcone, anche nelle acque territoriali dei paesi africani, ha elevatissime probabilità di essere ‘salvato’ da una nave europea e conseguentemente ha la certezza di essere ospitato per un periodo non inferiore a 18 mesi (in genere almeno 24) dall’accoglienza organizzata; ciascuno dei migranti avrà una occasione per imparare l’italiano ed una attività mentre presenta le pratiche per ottenere l’asilo politico che è riservato a chi scappa da situazioni di guerra o di grave pericolo personale”.

“Chi otterrà l’asilo politico potrà restare definitivamente in Italia e/o espatriare in qualunque paese dell’Ue. La grande maggioranza dei migranti che fruiscono dell’accoglienza italiana non ottiene, però lo status di asilo politico ma riceve, comunque, un permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie che, abbandonando la struttura di accoglienza (con un contributo economico di ‘inserimento sociale’), garantirà per due anni la legittima permanenza nel nostro Paese e soprattutto la possibilità di espatriare in un paese dell’Ue. Con il permesso di soggiorno (umanitario) il migrante potrà lavorare o aprire una attività e partecipare ai bandi per le case popolari e avrà l’accesso ai presidi assistenziali e sanitari come un cittadino italiano. Se lo straniero troverà lavoro potrà chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno e alla lunga diventare ad ogni fine (dopo una decina d’anni) cittadino europeo. Se il permesso di soggiorno umanitario e temporaneo non sarà rinnovato o convertito in permesso di lavoro o addirittura verrà revocato per comportamenti antisociali, il migrante venuto in Italia avrà comunque la certezza di non essere re-impatriato perché i re-impatri dei clandestini (tali sono coloro che son privi di autorizzazione a permanere in Italia) l’Italia non li fa”.

“Il sistema di accoglienza umanitaria costruito nel nostro paese non è quindi più (solo) un sistema di accoglienza umanitaria, ma è una grande occasione per qualunque straniero extracomunitario di trasferirsi definitivamente in Europa e di avere chances migliori di quelle che il proprio paese potrà offrigli, con tanto di finanziamento pubblico per la start-up della sua nuova vita in occidente. Per questo aumentano gli arrivi. Perché il sistema così come funziona è straordinariamente attrattivo e oltre ad accogliere (doverosamente) chi scappa dalle guerre (che rappresenta il 10-15 per cento del totale) richiama chiunque viva in paesi sottosviluppati e pensa a crescere il proprio livello sociale di vita e questo richiamo può valere per diverse decine di milioni di giovani africani ed asiatici. Il sistema che è stato costruito crea anche il paradosso nei confronti degli stranieri clandestinamente venuti in Italia qualche anno fa (quando le leggi erano severe) che per mettersi in regola cercano il modo di tornare in un paese africano e salire su un barcone onde evitare di permanere nella illegalità (dal punto di vista della residenza in Italia)”.

“L’esperienza di questi anni ci ha fatto conoscere tanti migranti, nella quasi totalità persone per bene e la riflessione più amara che mi viene da fare è che spesso i giovani che decidono di giocarsi la ‘carta dei barconi’ rappresentano l’élite più istruita, più intraprendente, talvolta anche la più abbiente dei giovani del loro paese e alcuni di loro (parlo di quelli transitati ad Albisola) hanno avuto, grazie alle loro capacità e al ‘nostro’ aiuto iniziale, l’opportunità di costruirsi un buon futuro lavorativo e personale nelle regioni più ricche dell’Italia o in altri paesi europei. Quello che voglio dire è che il sistema che è stato costruito tende a richiamare e richiamerà per il futuro la parte migliore delle giovani generazioni dei paesi africani con un grave impoverimento per quei paesi ai quali finisce con l’essere sottratta la migliore gioventù che potrebbe essere l’artefice del proprio auspicato progresso”.

“Purtroppo il dibattito sul tema della migrazione e dei migranti è monopolizzato da due sbagliate ed opposte posizioni: quella di chi vorrebbe costruire muri o affondare i barconi e quella di chi sostiene l’accoglienza a prescindere dalla sostenibilità economica e sociale che possiamo permetterci o che rifiuta di vedere come le cose evolvono o evolveranno nel futuro. Io credo che il sistema, così come è stato costruito, sia già entrato in crisi e certamente non potrà funzionare e spero che governo, parlamento ed autorità europee lo ripensino e lo correggano o saranno guai perché continueranno ad aumentare con il ritmo di questi ultimi tempi se si consoliderà in tutti i giovani africani la convinzione che per la loro vita la migliore e più facile strada sia imbarcarsi su un barcone che satelliti, radar e navi occidentali fanno ogni giorno il possibile per raggiungere prima che affondi. Credo che quando saremo in grado di garantire che nessuno muoia più in mare, quando in ogni centro di accoglienza si faranno tutte le attività di integrazione, formazione come si fanno nel nostro, quel giorno decideranno di partire quasi tutti e saranno oggettivamente e drammaticamente troppi”.

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