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Referendum Trivelle, niente quorum: nel savonese al voto il 33%

In provincia ha virtualmente prevalso il "sì" con l'81,13%

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Liguria. Sono stati 74.018 i votanti in provincia di Savona, su 222.753 aventi diritto: un’affluenza alle urne del 33% circa, lievemente superiore alla media nazionale ma comunque decisamente inferiore al quorum.

Neanche a Savona dunque le “trivelle”, ovvero il tema delle concessioni per estrarre gas e petrolio dalle piattaforme entro le 12 miglia dalla costa, riescono ad appassionare i cittadini: e il referendum non passa.

Analizzando il voto, comunque, nel savonese ha prevalso nettamente il “sì”: l’81,13% degli elettori ha votato a favore dell’abrogazione della legge. I “no” sono stati il 18,87%, le schede bianche lo 0,83% e quelle nulle lo 0,94%.

IL QUESITO – Ecco come era formulata la domanda agli elettori: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”.

GLI EFFETTI DEL VOTO – I cittadini italiani potevano decidere se abrogare (con il “sì”) questa parte di norma e far valere, anche per i titoli già rilasciati, il divieto di “operare” entro le 12 miglia dalla costa, facendo cessare le attività in corso in mare non immediatamente, ma alla data di scadenza “naturale” della concessione (anche se il giacimento non fosse esaurito). A causa del mancato raggiungimento del quorum, invece, non cambierà nulla rispetto alla situazione attuale e si andrà avanti fino all’esaurimento del giacimento.

LE RAGIONI DEL “SI” – “Se non fermiamo le trivelle, il mare finirà nelle mani dei petrolieri. Sì, perché puntare tutto sulle poche gocce di petrolio presenti sotto i nostri fondali vuol dire condannare il Paese alla dipendenza energetica dalle fonti fossili e dall’import, danneggiare il turismo, la pesca e le economie costiere, penalizzare le fonti rinnovabili. Affidarsi ai petrolieri vuol dire non far crescere l’occupazione, tenere le casse pubbliche a secco, smentire gli impegni che l’Italia ha preso dinanzi al mondo intero per la salvaguardia del clima. È un fallimento certo. Sosteniamo da anni che trivellare i nostri fondali in cerca di petrolio è una pazzia che conviene solo a pochissimi, e in nessun modo alla comunità: il governo sta svendendo la bellezza del nostro Paese e i suoi mari per pochi spiccioli, perché le nostre royalties sono tra le più basse al mondo” (Fonte Greenpeace).

LE RAGIONI DEL “NO” – Ridurre l’estrazione di idrocarburi dai nostri giacimenti comporta maggiori importazioni (in particolare da Egitto e Libano, che perforano ugualmente i fondali del Mediterraneo): oltre all’impatto sulla bilancia dei pagamenti, sul versante ambientale questo aumenterebbe il numero di petroliere che transitano nei nostri mari, con tutti i problemi di inquinamento che ciò comporta. In più, nel lungo periodo si perderebbero migliaia di posti di lavoro tra diretti e indotto. Smettere di usare gli impianti entro le acque territoriali italiane significherebbe perdere gli investimenti fatti fino a oggi e quelli futuri. Secondo le stime il petrolio presente nei mari italiani sarebbe pari a 700 milioni di tonnellate. Il nostro consumo attuale all’anno è 58 milioni di tonnellate. Nel 2014 sono stati importati 54 milioni di tonnellate. Avere fonti energetiche nostre ci fa spendere meno e ci mette al riparo da cali improvvisi dovuti a crisi internazionali. Secondo le stime sarebbe pari a 700 milioni di tonnellate. Il nostro consumo attuale all’anno è 58 milioni di tonnellate. Nel 2015 sono stati esportati 21 milioni di tonnellate (Fonte La Stampa).

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