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Nel Savonese è guerra per i buoni pasto, troppe commissioni e pagamenti ritardati

E nei ristoranti qualcuno ha deciso di non incassare più i ticket per pranzi e cene con colleghi e famiglie

Savona. Scoppia la guerra dei buoni pasto in Riviera. Ristoratori e baristi sulle barricate pronti a rifiutare i “ticket” dei clienti presentati alla cassa dopo aver consumato pranzi e cene con colleghi e famiglie. Commissioni troppo alte e pagamenti in ritardo da parte delle aziende che li emettono.

Il presidente provinciale della Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, si sente un po’ come la “spugna” delle durissime lamentele che gli sono piovute, anche durante il weekend pasquale, dagli associati Fipe da Varazze ad Andora. “Ed hanno ragione a lamentarsi – si affretta a dire Tripodoro – Motivo? Tanto per fare un esempio ogni buono pasto del valore di 5 euro, ad un ristoratore finiscono in tasca realmente 3,60 euro. Ciò significa che 1,40 euro a buono pasto, vale a dire il 28 per cento del suo valore, finisce in commissioni, servizi aggiuntivi e costi di gestione.  Un assurdo”.

E i piccoli esercenti, che ricevono i ticket dai consumatori, possono difendersi soltanto alzando il listino dei prezzi. Ma con la recessione in corso, anche questa strada è diventata impraticabile.

Le lamentele arrivate alla Fipe provinciale riguardano anche i pagamenti, spesso in ritardo, da parte delle aziende che emettono i buoni. “Da anni capita che le fatture evase il mese precedente vengano poi bonificate in quattro-cinque mesi – sottolinea Tripodoro – Tempi troppo lunghi per un ristorante o un barista che fa una fatica enorme a restare in piedi con tasse e personale da pagare”.

La Fine, tuttavia, è passata al contrattacco e si sta muovendo da tempo ai massimi livelli per chiedere al Governo correttivi per un sistema che, nato come un giusto bonus per i lavoratori, è diventato ormai una causa di pesanti perdite economiche per i ristoranti e i pubblici esercizi che lo accettano. La norma, anziché salvaguardare il valore facciale del buono pasto e l’uso corretto dello stesso nella rete dei pubblici esercizi e della gastronomie convenzionate, ha invece alimentato la speculazione e l’uso distorto dello stesso ai danni dei ristoratori e degli stessi lavoratori. Che fare allora? “O il Governo interviene con decisione in questo ambito, oppure il nostro settore si vedrà costretto a valutare altre soluzioni”, dice Tripodoro. Un bel rebus che la Fipe cercherà di risolvere anche con un incontro richiesto con l’Ansed, ovvero l’associazione che riunisce le aziende che distribuiscono i buoni pasto. Ma in attesa che la situazione qualcuno sta già meditando di togliere gli adesivi sulla porta d’ingresso dei locali e mettere un grosso cartello con la scritta: “Qui non si accettano buoni pasto”.

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