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Savona, gli studenti dell’Artistico a scuola di accoglienza: un successo il progetto con i rifugiati

Gli alunni della 3°B collaboreranno con 15 profughi fino a giugno. L'organizzatrice: "Momenti intensi ed emozionanti, e i ragazzi stanno riscoprendo la gioia di andare a scuola"

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Savona. “La cosa che più mi rende felice è vedere che i genitori dei ragazzi, nonostante le mie paure iniziali, scrivono agli insegnanti per dire che trovano i ragazzi motivati e felici, che alcuni di loro grazie a questo progetto stanno riscoprendo la gioia di tornare a scuola perché stanno conoscendo un mondo nuovo“. C’è grande soddisfazione nelle parole di Samuela Toso, un’antropologa di 26 anni che in questi giorni, a Savona, ha dato il via ad un progetto di integrazione molto particolare, che coinvolge la classe 3° B del Liceo Artistico Chiabrera di Savona ed una quindicina di profughi.

Intitolato “A testa in giù. Un modo diverso di vedere la realtà”, si tratta di una quindicina di incontri (per un totale di 30 ore) nei quali studenti e migranti lavoreranno insieme su un progetto artistico, la realizzazione di un pannello che verrà esposto presso la mensa dei poveri in Caritas. Ma l’arte è solo uno strumento: “L’obiettivo – spiega Samuela – è far nascere un legame tra i ragazzi italiani e quelli stranieri, grazie al dialogo e all’interscambio di esperienze e di cultura”. Far incontrare due mondi grazie all’arte, che nella sua diversità da un paese all’altro può diventare strumento di unità.

Il progetto, finanziato da Caritas, nasce qualche mese fa quando Samuela torna a Savona dopo anni di studi all’estero e di esperienze lavorative in Africa. “Sotto la Torretta ho trascorso la mia adolescenza, studiando proprio all’Artistico – racconta – e ricordavo di aver trovato il territorio un po’ ‘ostile’ per i giovani, con pochi spazi di espressione e di incontro con l’altro“. E così, durante un colloquio con Marco Berbaldi, presidente della Fondazione Comunità Servizi (l’ente gestore di Caritas Savona), ecco l’idea: far incontrare i giovani savonesi con il mondo dei rifugiati, un tema quanto mai di attualità negli ultimi tempi.

“Mi è bastato riprendere contatti con i miei ex professori – spiega Samuela – e con il preside Alfonso Gargano, che ho trovato da subito molto sensibile al progetto, e l’idea ha potuto prendere il via”. Dopo un primo incontro con gli studenti, per spiegar loro il percorso che avrebbero intrapreso, la classe ha fatto la conoscenza di 15 profughi attualmente ospitati in Seminario. “E’ stato un momento intenso e carico di emozioni – ricorda Samuela – fatto di lacrime e abbracci. Una studentessa della classe è cinese, e ha raccontato ai compagni quanto è difficile integrarsi; un’altra è albanese, e suo padre è stato a sua volta un profugo. I migranti, dal canto loro, hanno raccontato ai savonesi i loro percorsi di vita: c’è chi ha raccontato gli orrori che l’hanno spinto a tentare la sorte, e chi ha ricordato il fratello morto durante la traversata“.

Il terzo e (per ora) ultimo incontro è servito per iniziare uno scambio culturale: gli studenti hanno cantato l’inno italiano ai migranti, che a loro volta hanno fatto ascoltare quelli dei rispettivi stati. E da lì si è partiti a ruota libera, con i ragazzi che si sono sbizzarriti nel far conoscere agli altri i propri Paesi, anche ad esempio mostrando i diversi modi di ballare. Sulla stessa falsariga sarà il prossimo incontro, il 4 febbraio, che verterà sull’arte africana, dalle sculture ai dipinti; quindi avrà inizio la fase di laboratorio, quando a metà febbraio i due gruppi si ritroveranno per lavorare insieme con la creta.

“Devo dire che sono molto felice, perché ci eravamo fatti mille domande su come strutturare il progetto, come iniziare, di cosa parlare ai ragazzi – conclude Samuela – ed in realtà poi le domande sono venute direttamente da loro. Sono stati i ragazzi stessi a dirci fin da subito cosa volevano conoscere e sapere, ed anche i rifugiati erano desiderosi di parlare. Sono state ore ricche di emozioni, piccole esperienze di vita: ed anche il fatto che i ragazzi siano riusciti ad incontrarsi e a percepire l’uno le difficoltà dell’altro con tanta naturalezza è un po’ una svolta“.

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