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Lettere al direttore

Roberto Nicolick racconta “Il ritrovamento di Vincenzo”

L’uomo che come ogni mattina portava il suo cane a fare il giretto mattutino, attraversò la strada , corso Vittorio Veneto a Savona, prese le scalette in cemento per andare in spiaggia e aggirò il fabbricato dei Bagni Olimpia, erano le 6,30, non era ancora chiaro, guardando in direzione del mare vide una forma inconsueta proprio sulla riva, dovette avvicinarsi per poter capire cosa fosse.

In questo modo fu rinvenuto il corpo senza vita di Vincenzo steso bocconi sulla battigia, 36 anni, operaio alla Esso di Vado Ligure, abitante ad Altare ma spesso domiciliato presso una sorella a Savona. Sulla spiaggia arrivarono gli inquirenti e il magistrato che diedero inizio alle indagini per appurare come fosse morto, se ci si trovava in presenza di un delitto e quindi il movente.

Ad un primo esame , il corpo era seminudo, aveva i pantaloni di tela di jeans, che ricoprivano una sola gamba, ai piedi aveva una sola scarpa, in una tasca si trova una patente ed una agendina, la testa appariva fracassata. Il corpo dopo i rilievi del caso fu trasportato all’obitorio per effettuare l’autopsia. In effetti il cranio era sfondato , forse con un oggetto contundente, e il cuoio capelluto era quasi staccato dal cranio, le ossa del viso presentavano numerose fratture, il viso era completamente sfregiato e il lobo destro era stato asportato. Se ne deduceva che l’uomo era stato sottoposto ad un feroce pestaggio e poi forse gettato in mare nella speranza che non venisse ripescato facilmente. Sul torace del morto si evidenziano due fori, uno addominale e quello di uscita lombare, per cui si presume che un oggetto come una fiocina oppure un arpione, oppure un ferro allungato lo abbia passato da parte a parte, causandone il decesso.

A qualche giorno dal ritrovamento del cadavere, a Maschio, una frazione periferica di Savona in direzione della Valbormida, si recupera la carcassa dell’auto che stava usando. Una Alfasud che gli era stata prestata dal fratello, visto che la sua era in riparazione dal meccanico. Il mezzo giace sul greto del torrente Lavanestro, un corso d’acqua che scende verso Savona e va ad immettersi da ponente nel Letimbro , il quale sfocia proprio a breve distanza dal punto del ritrovamento del corpo di Vincenzo. L’auto non era caduta per un semplice incidente sul fondo del torrente, ma vi era stata gettata deliberatamente, e addirittura , dopo essere stata messa in una pressa.

Forse Vincenzo si trovava all’interno dell’auto e probabilmente il corso d’acqua lo aveva estratto e portato sino al Letimbro e quindi in mare, sino a farlo arenare sulla spiaggia davanti a Corso Vittorio Veneto. In quei giorni, entrambi i corsi d’acqua erano in piena e qualsiasi oggetto avrebbe percorso lunghe distanze a forte velocità.

Dalle indagini emerge che Vincenzo come tutte le sere , intorno alle 19 era uscito dallo stabilimento dove lavorava, da quel momento fa perdere le sue tracce. La sua vita privata è priva di angoli bui, separato con un bimbo di sette anni, coltivava l’hobby della pesca con canna da lancio. Gli inquirenti erano fermamente convinti che fosse stato fermato da qualcuno, sulla strada che porta al Colle del Cadibona, aggredito ed ucciso, quindi gettato egli e la sua auto giù, dalla strada nel torrente Lavanestro.

Il particolare dell’auto schiacciata, evidentemente in una pressa industriale, lascia perplessi gli inquirenti. Nonostante gli sforzi fatti negli anni successivi, questo omicidio è ancora insoluto e Vincenzo e i suoi famigliari non hanno avuto giustizia.

 

Roberto Nicolick

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