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Accuse a Don Pinetto, ecco le testimonianze delle presunte vittime

La Rete L'Abuso pubblica alcuni stralci delle carte dell'indagine: dai fascicoli della Procura emergono violenze "non fisiche, ma psicologiche"

Savona. “Io ricordo bene la notte in cui Pinetto mi invitò nel suo letto, in seminario: lui indossava un pigiama di flanella, giacca e pantaloni a righe azzurre e bianche: anche io avevo il pigiama, ma lui strofinò il pene sulla mia coscia, io ero un bambino di 12 anni ma non ero mica scemo: ricordo benissimo quando cercò di entrare la seconda volta nel mio letto, in camera con tutti i seminaristi, subito dopo avermi spalmato la crema sulla caviglia e aver cercato di massaggiarmi le parti intime…”. Sono le parole con cui, negli atti, un ex seminarista accusa don Pietro Pinetto di molestie sessuali: a renderle pubbliche la Rete L’Abuso, che da anni si batte contro la pedofilia nella chiesa e a favore delle vittime.

Quelle poche righe, spiegano, sono solo uno stralcio di quanto riportato nelle carte dell’indagine. “Abbiamo scelto di non pubblicare l’intero carteggio sul caso di don Pietro Pinetto – spiega il presidente della Rete, Francesco Zanardi – ci limiteremo a rendere pubblici solo pochi atti, quelli essenziali”. Passaggi attraverso i quali Zanardi ripercorre oltre quattro anni d’indagine, in cui le presunte vittime hanno a più riprese confermato le loro accuse, sempre negate da Don Pinetto.

Il caso viene portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria il 4 dicembre 2010, quando Francesco Zanardi raccoglie le confidenze di un ex seminarista: la segnalazione viene prontamente trasmessa alla magistratura la quale però deve fermarsi di fronte alla prescrizione. Nel 2013 lo scandalo savonese di don Nello Giraudo trasmesso dal noto programma televisivo Le Iene dà la forza di uscire allo scoperto ad un altro ex seminarista: ma anche questa volta l’intervento dei termini di prescrizione costringe l’autorità giudiziaria a fermarsi. In quella occasione la Diocesi di Savona, attraverso un comunicato stampa, dichiara che se quei gravi fatti prescritti per l’autorità giudiziaria (ma non per il codice canonico) saranno accertati, si procederà con un processo canonico nei confronti del sacerdote.

La querela per diffamazione che Pinetto sporge nei confronti di Zanardi e di due giornalisti, però, cambia le carte in tavola: ora gli inquirenti, per accertare la diffamazione, possono sentire le presunte vittime dei reati prescritti. “Emerge una lettera autografa scritta da un bambino, allora seminarista, negli anni 70 – svela Zanardi – nella quale il 12enne racconta l’accaduto. La madre ha conservato per tutti questi anni quella lettera che quando è depressa rilegge. Dalle deposizioni delle persone ascoltate emerge che quel sacerdote era già stato denunciato ai massimi vertici della chiesa savonese negli anni 70, ma l’allora vescovo mons. Sibilla non fece nulla. Tra i racconti emerge anche il dolore della madre la quale a seguito della fuga del figlio dal seminario savonese, prima di affrontare l’allora vescovo di Savona, si era rivolta ad alcuni sacerdoti savonesi, uno morto ma gli altri due ancora vivi, denunciando l’accaduto e chiedendo loro consigli su come procedere”.

La donna racconta agli inquirenti: “A me il vescovo sembrava fosse dispiaciuto e speravamo togliesse di mezzo quel prete, invece nulla: XXXXX era un bambino a quei tempi: il prete si chiamava don Pinetto, pressappoco, un nome cosi: ha cercato di fargli le cose che sono scritte qui: XXXXXX è scappato dal seminario e con questa lettera ha provato a raccontare quello che era successo, ma noi non lo abbiamo ascoltato. Il padre l’ha picchiato credendo che non fosse una cosa vera: la verità è che non è successo una volta sola. XXXXXX è rimasto sperando che il prete la smettesse. Invece poi il prete ha continuato e XXXXXX è scappato. Noi eravamo persone semplici, siamo venuti grandi in un paesino così e credevamo che il seminario fosse sicuro e che non potessero succedere delle cose cosi”.

Anche il padre della vittima non si da pace e dichiara agli inquirenti: “Io so che mio figlio è scappato dal seminario perché ha visto violentare un altro bambino e poi mi ricordo che io l’ho picchiato: io poi credevo che il prete che ha cercato di violentare (anche mio figlio) XXXXXX fosse morto, prendo atto che lei ora mi dice che è vivo. Di lui non mi interessa nulla, però voglio dirle che mio figlio per colpa di quel prete ha avuto la vita rovinata: e basta, non voglio dire altro”.

Un’altra delle vittime racconterà agli inquirenti: “Ricordo che la prima volta che mi ha toccato nelle parti intime è stato quando mi voleva spiegare come bisognava lavarsi nelle parti intime. Ha iniziato a mostrarmi concretamente come fare, facendomi spogliare e manovrando il mio pene. Questa cosa è successa, per quanto ricordo due o tre volte, probabilmente perché ho iniziato a mostrare il mio disappunto e quindi non ha più insistito a chiamarmi. Preciso che il tutto veniva effettuato senza alcuna violenza fisica, ma violenza psicologica perché era più subdola, in quanto faceva apparire reali e onesti questi atteggiamenti, che in realtà non lo erano – continua – Preciso inoltre che i toccamenti sono sempre stati effettuati da don Pinetto sulla mia persona e non viceversa”.

“Anche per noi sta diventando davvero imbarazzante denunciare ancora una volta, carte alla mano, la profonda disonestà intellettuale della diocesi di Savona – Noli, del suo vescovo Vittorio Lupi e di molti dei sacerdoti che la compongono – tuona Zanardi – Quello che indigna ulteriormente è il messaggio altamente diseducativo che la chiesa savonese in questi anni, attraverso i diversi casi, ha dato ai giovani: un messaggio che nella sostanza insegna che qualunque malefatta si può mettere a tacere, basta screditare chi la denuncia, fare un bel comunicato stampa, chiedere scusa e si ricomincia da capo”. Mentre la richiesta di Zanardi alla diocesi è chiara: istituire il processo canonico promesso, per chiarire una volta per tutte se quelle accuse sono vere oppure no.

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