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Lettere al direttore

Roberto Nicolick racconta le “Tragiche esperienze di una donna nei primi anni del ‘900”

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La nostra ambulanza entra nella “camera calda”, di uno qualsiasi degli ospedali della Liguria, abbiamo l’incarico di prelevare una signora che è stata dimessa e trasportarla sino al suo domicilio. Un incarico facile e di routine.

Trovo la paziente in reparto, seduta su una sedia che ci attende pazientemente, è anziana e appare provata, accanto a lei una valigia, la facciamo accomodare sulla sedia a rotelle ed entriamo in un ascensore che ci porta sino all’uscita dell’ospedale, da lì saliamo sull’ambulanza alla cui guida si mette l’autista, mentre io dopo aver allacciato la signora con la cintura di sicurezza, mi siedo e per farla sentire a suo agio, inizio a chiacchierare con lei.

La donna che dichiara di avere circa 80 anni, sembra molto malinconica, ha gli occhi molto profondi un bel viso nobile , si esprime con proprietà di linguaggio, veste in modo ordinato e sobrio. E’ stata ricoverata per un piccolo intervento. Ha piacere di parlare, soprattutto se ha di fronte un interlocutore che la ascolta con interesse. La donna comunica, e soprattutto racconta di sé, espone la sua vita e soprattutto il suo tragico vissuto, le sue parole mi fanno capire quali esperienze, moltissime donne hanno e stanno continuando a subire nella vita. Il suo racconto è davvero impressionante.

Nasce, in un paese che non nomino, intorno ai primi anni del ‘900, come figlia illegittima da una ragazza madre molto giovane che non accetta questa figlia, all’epoca, definita frutto del peccato, e fa di tutto per far capire alla bimba che la tollera a malapena, per liberarsene tenta di farla smarrire in un bosco, ma la bimba che in quel momento aveva cinque anni ritrova la strada di casa, ma i tentativi di questa madre snaturata non si fermano lì, infatti la accompagna sui binari della ferrovia e ce la abbandona, seduta sui binari, ingiungendole di non muoversi. L’istinto di conservazione della piccola, fa sì che lei si sposti appena senta l’avvicinarsi di un treno. Dopo quattro tentativi falliti, al quinto,un carabiniere, inviato dalla Divina Provvidenza, nota la piccola seduta sui binari e la porta in caserma. Questa bimba viene affidata ai nonni e cresce nella loro casa, amatissima dalla nonna, ma, a 12 anni il nonno, uomo bestiale e malvagio, la sottopone a molestie sessuali che culminano in stupri continuativi.

La ragazzina non racconta nulla alla nonna, per non deludere la povera donna, si difende come può da questo criminale e inizia a frequentare l’oratorio, il parroco e le suore, capiscono il suo dramma e la fanno studiare allontanandola dall’ambiente famigliare che riveste una grande pericolosità per la ragazzina. Dopo qualche anno lei, su impulso delle suore, parte per una grande città del Piemonte dove studia come infermiera e consegue il diploma professionale, inizia a lavorare in corsia percependo uno stipendio. Le sue sofferenze non si fermano lì: si innamora e sposa un uomo che non è quello che sembra, infatti non vuole lavorare, si fa mantenere da lei e la picchia. Con questo cattivo soggetto fa pure due figli.

Passano gli anni, riesce a liberarsi del marito divorziando, anche i figli comunque si attaccano a lei come ad una mucca da mungere facendosi mantenere, arrivata in età da pensione scopre dolorosamente che le suore per cui lavorava come infermiera non le hanno fatto completamente i versamenti pensionistici e ora vive con una misera pensione sociale. E’ stanca e malata e i suoi figli non si fanno più vivi, unicamente perché non ha più soldi da dare loro, anzi non le rispondono neppure al telefono quando lei chiama.

Per una mezz’ora circa, ho ascoltato queste parole, che mi sono penetrate nel cuore e mi hanno fatto tremare i polsi. Quando arriviamo a casa sua, la accompagno sino alla porta, reggendole la valigia, la saluto stringendole la mano e non mostrando alcuna emozione, in servizio è meglio comunque mantenere una certa professionalità, ma sono stato contento di aver ascoltato la storia di una vita e di aver conosciuto una persona che comunque non si è lasciata macinare dal tritacarne della crudeltà umana. La guardo entrare in casa, eretta nella figura con un sorriso di ringraziamento nei miei confronti che l’ho ascoltata mostrando interesse umano nei suoi confronti. Forse, in fondo, lei voleva solo questo.

 

Roberto Nicolick

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