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Quasi affondamento dello yacht “Kiss” a Vado, per il pm non fu fatalità: in 3 a giudizio foto

A giudizio per naufragio doloso ci sono l'armatore e i due membri dell'equipaggio che nel gennaio 2011 erano a bordo della barca

Savona. Naufragio doloso. E’ l’accusa della quale devono rispondere tre persone, Pasqualino F., milanese, Luigi F., di Napoli, e Moreno M., entrambi residenti nel Comasco, finite a giudizio per l’incidente che l’11 gennaio del 2011 interessò uno yacht di 24 metri, il “Kiss”, che rischiò di affondare sei miglia al largo della rada di Vado.

La tesi della Procura è che il quasi affondamento non fu una fatalità, ma un piano studiato ad hoc per liberarsi dell’imbarcazione ed incassare la polizza assicurativa. Il “Kiss” non si inabissò soltanto per puro caso: una motovedetta dei vigili del fuoco infatti stava facendo un’esercitazione poco distante e riuscì ad intervenire in tempi brevissimi salvando la barca in extremis

Subito dopo l’incidente gli uomini della sezione operativa navale della guardia di finanza e della guardia costiera avevano svolto una serie di accertamenti per chiarire quello che era accaduto. Sullo yacht, finito sotto sequestro, era anche stata effettuata una perizia secondo cui c’era stata una rottura dolosa dei tubi di collegamento delle prese a mare dei due motori. Inoltre, sempre dalle verifiche tecniche, era emerso che i dispositivi di sicurezza per le acque di sentina erano stati disattivati. Elementi che avevano rafforzato l’ipotesi accusatoria della Procura che aveva quindi indagato a piede libero per naufragio doloso l’armatore, Pasqualino F., 47 anni, milanese, e i due membri dell’equipaggio, Moreno M., e Luig F., che quel giorno erano a bordo.

L’inchiesta aveva anche accertato che l’imbarcazione era stata assicurata con una polizza da 600 mila euro (secondo la Procura un valore di quattro volte superiore a quello reale). Un altro particolare che aveva fatto insospettire gli inquirenti era che tutti gli arredi interni della barca erano stati smontati. Come se qualcuno avesse voluto “salvare” tutti i pezzi che potevano essere riutilizzati.

Le indagini erano iniziate poco dopo l’incidente dell’imbarcazione, che una volta trainata in porto era stata ispezionata per capire le cause del principio di affondamento: l’acqua era entrata dal vano motore inclinandolo verso poppa in pochi minuti e solo grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco si era evitato che il “Kiss” colasse a picco (in un punto in cui il fondale è profondo circa 400 metri). La barca, iscritta nel registro di Sanremo, stava per essere trasferita da Genova al porto della località del ponente ligure per degli interventi di manutenzione. Fino al maggio 2010 lo yacht era utilizzato per attività di noleggio per poi diventare imbarcazione adibita ad uso diportistico.

Aspetti confermati questa mattina da uno dei finanzieri che si occupò delle indagini: “La barca aveva una una polizza per un valore di 600 mila euro, ma ne valeva meno visto che in qualche punto era ‘marcia’”. Il perito del pm, un ingegnere meccanico, ha confermato che a suo parere ci fu un tentativo di far affondare lo yacht. Infine è stato ascoltato uno degli imputati, Moreno M., che ha spiegato di essere stato chiamato da Luigi F., con il quale aveva avuto contatti per lavoro, soltanto per guidare la barca da Genova a Sanremo. L’uomo ha negato di essere al corrente di un piano per affondare l’imbarcazione. Prossima udienza a maggio.

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