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Miniera sul monte Tarinè: dibattito in Consiglio regionale

Sullo sfruttamento minerario nell’area del Monte Tarinè nel Parco del Beigua sono state presentate due interrogazioni in Consiglio regionale: una da Antonino Oliveri (Pd) la seconda da Aldo Siri (Liste civiche Biasotti per il presidente).

Oliveri ha ricordato che la concessione che riguarda il Monte Tarinè, per rutilo e granati, è stata inizialmente accordata con decreto del Ministero dell’Industria del 2/4/1976 alla S.r.l. Mineraria Italiana per la durata di venti anni e, con successivi provvedimenti, trasferita ed intestata alla Compagnia Europea per il Titanio – C.E.T., la quale, con istanza datata 28/8/1991, ne ha chiesto il rinnovo per venti anni e, con successiva istanza del 6/8/1996, ha chiesto l’autorizzazione a trasferire alla Dupont De Nemours Italiana S.p.A. (società chimica di rilevanza internazionale) il titolo minerario.

La concessione ha un’estensione di 453 ettari e ricade per quasi due terzi della superficie in territorio del Comune di Sassello e, per la parte restante, in quello del Comune di Urbe. “Il corpo mineralizzato rappresentato da un ammasso di eclogite, valutato in circa 300 milioni di tonnellate ha accertati effetti cancerogeni sull’uomo – ha aggiunto  –  e in una conferenza dei servizi, tenutasi in data 24/10/1996 è stata registrata l’unanime opposizione da parte di amministrazioni locali e di associazioni ambientaliste, con motivazioni riconducibili ad esigenze di tutela ambientale nonché di ordine giuridico. I particolare è stato paventato, in caso di avvio dei lavori estrattivi, la distruzione e il dissesto del territorio, l’inquinamento dei corsi d’acqua esistenti, l’emissione nell’aria di polveri, la produzione di rumori, l’insostenibilità della circolazione di mezzi pesanti ecc., tutto ciò in netto contrasto con le aspirazioni e i programmi agro-silvo-pastorali e turistico-ricreativi della comunità dell’area di Piampaludo e degli amministratori locali”.

“Inoltre – ha aggiunto – la concessione mineraria ricade nel territorio del parco regionale del Beigua, individuato e disciplinato dalla legge regionale n. 12/1995 che vieta l’apertura e l’esercizio di miniere, cave e discariche, nonché l’asportazione di minerali; l’area in questione è, inoltre, tutelata dalle direttive comunitarie relative alla Rete Natura 2000 con il Sito di Interesse Comunitario più grande della Liguria. Infine studi effettuati dall’Istituto Tumori di Genova avrebbero evidenziato che, in caso di attivazione della miniera, si determinerebbero dannose conseguenze derivanti dalla propagazione di non trascurabili quantitativi di particelle di amianto a causa sia dell’esplosione delle mine sia per effetto del trasporto del materiale tanto più che sul Monte Tarinè sono presenti diverse fonti da cui captano gli acquedotti di Urbe e Sassello e che la zona è interessata dal passaggio di due fiumi – l’Orba e l’Orbarina – da cui attingono i Comuni dell’ovadese (Molare, Cassinelle, Serralunga, Capriata, Castelletto d’Orba, Silvano d’Orba, Predosa e Ovada)”.

Oliveri, infine, ha chiesto alla giunta se siano stati presentati ulteriori progetti per lo sfruttamento minerario del Monte Tarinè e se trovi conferma l’orientamento negativo alla concessione già manifestato in precedenza dalla giunta regionale.

In aula Oliveri ha puntualizzato che desidera essere rassicurato in merito all’orientamento della giunta e cioè se permane negativo in merito alla possibilità di sfruttamento che a suo avviso avrebbe effetti devastanti.

Siri  ha ricordato un recente incontro pubblico organizzato dall’associazione “La Maona” in cui è stato rilanciato il tema “La risorsa del titanio sul Monte Beigua” e ha ribadito la propria contrarietà all’intervento ricordando una precedente e analoga interrogazione discussa in aula consiliare il 15 aprile 2014 a cui rispose l’allora Assessore all’Ambiente Renata Briano che dichiarò che nessuna richiesta di sfruttamento minerario era mai pervenuta né in Regione né in Provincia, tantomeno presso il Parco ed i Comuni di appartenenza e che, comunque, si tratterebbe di “proposta infattibile in un Parco perché vi è una norma che stabilisce che in un Parco è vietato”, promettendo, inoltre, che avrebbe vigilato sulla vicenda”.

Ha ribadito che esistono precedenti atti e rigidi vincoli ambientali e normativi che tutelano l’area interessata dal presunto giacimento: la Conferenza dei Servizi del 24 ottobre 1996, la legge regionale 12 del 1995 che istituisce e disciplina le aree protette e vieta nelle aree protette (e, quindi, anche nel Parco del Beigua) l’apertura e l’esercizio di cave, miniere e discariche nonché l’asportazione di minerali; le Direttive comunitarie relative ai Siti di Interesse Comunitario della Rete Natura 2000 che tutelano l’area. Siri ha rilevato, inoltre, che il comprensorio del Beigua dal 2005 è riconosciuto dall’UNESCO come Geoparco di valenza internazionale e che già nel 1992 i geologi dell’Università di Genova “descrivevano gli effetti devastanti che avrebbe avuto una cava sull’intero sistema ambientale della zona a partire dalla quantità di risulta dallo sbancamento del Monte Tarinè, pari ad almeno 20 volte il volume della pista e delle fondamenta dell’Aeroporto Colombo, alla quantità di acqua necessaria per lavare il minerale estratto tale da prosciugare i torrenti Orba ed Orbarina, mettendo in serio pericolo gli approvvigionamenti di tutti i Comuni il cui acquedotto attinge dal fiume Orba, per finire con l’impressionante numero di autotreni (almeno 500.000) necessari per movimentare solo 18 milioni di tonnellate di rutilo, traffico che avrebbe richiesto il rifacimento di buona parte dei collegamenti stradali con la Valle Stura e con il casello autostradale dell’A26”.

Siri, infine, ha chiesto alla giunta se rispetto ad aprile 2014 ci siano stati sviluppi relativamente alla proposta di un eventuale sfruttamento minerario nel Parco del Beigua, sul monte Tarinè, e se, nel frattempo, la Regione abbia intrapreso delle iniziative volte a scongiurare attività nocive per la salute delle popolazioni locali, atteso che la macinazione e il trasporto di gigantesche quantità di materiali rocciosi, con fibre di asbesto, libererebbe nelle aree di coltivazione della cava e presso le strade di collegamento elementi che notoriamente provocano mesoteliomi.

Da parte dei due consiglieri è stata ribadita massima vigilanza sulla questione.

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