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Loano, confermata dalla Cassazione la confisca dei beni di Antonio Fameli foto

Il provvedimento riguarda 44 immobili tra cui la villa sulla via Aurelia a Loano: un patrimonio del valore complessivo di circa dieci milioni di euro

Loano. “Ricorso inammissibile”. Con questo pronunciamento la seconda sezione penale della Corte di Cassazione, di fatto, ha confermato definitivamente la confisca dei beni di Antonio Fameli, 77 anni, l’ex imprenditore di origini calabresi, ma residente da tempo a Loano. La sentenza, emessa lo scorso 27 gennaio, ha messo fine alla battaglia legale che era stata avviata per opporsi alla misura di prevenzione.

La richiesta di confisca, avanzata dalla Procura di Savona nel marzo del 2012 e disposta nel maggio 2013 dal tribunale di Savona, riguardava tutti i beni finiti sotto sequestro preventivo a margine dell’inchiesta nata dall’operazione “Carioca”, che vedeva Fameli accusato di riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, reati tributari, attività abusiva di intermediazione finanziaria e falso in atti notarili. Si tratta quindi di 44 immobili tra terreni e abitazioni a Loano (tra cui la villa al civico 271 della via Aurelia che aveva ospitato anche la casa da gioco “Las Vegas), Boissano e Borghetto, ma anche società straniere per un valore totale che supera i 10 milioni di euro.

Fameli, con l’assistenza degli avvocati Gian Maria Gandolfo e Maurizio Frizzi, si era opposto alla confisca disposta dal tribunale di Savona e poi confermata nel giugno dello scorso anno dalla III Sezione della Corte d’Appello di Genova. Poi era arrivato il ricorso in Cassazione che però non ha invertito la rotta rispetto ai precedenti pronunciamenti.

La difesa dell’ex imprenditore aveva contestato le tesi del pm (l’inchiesta era stata seguita dal sostituto Danilo Ceccarelli) secondo cui mancava un riscontro contabile in grado di giustificare l’acquisto ed il mantenimento della villa di Loano e di altre proprietà immobili e non da parte di Fameli.

“Sostenere che la villa abbia una provenienza illecita è assurdo” aveva precisato l’avvocato Gian Maria Ganfoldo: “Abbiamo dimostrato che la casa è stata comprata nel ’77 e che, fino al ’93, Fameli aveva redditi regolarmente dichiarati molto alti, nell’ordine del miliardo di lire, quindi aveva certamente guadagni tali da giustificare il possesso del bene”.

Su questi presupposti i difensori avevano chiesto la revoca della confisca, mentre per quanto riguarda il ricorso in Cassazione era stato presentato ipotizzando violazioni di legge in relazione alla “mancanza di motivazione” da parte della Corte d’Appello, ma anche per un presunto errore “formale” (nello specifico la violazione dell’articolo 649 del codice di procedura penale). Considerazioni che la Suprema Corte ha ritenuto “manifestamente infondate” mettendo la parola fine sulla vicenda. Anche se i legali di Fameli stanno valutando la possibilità di presentare un ricorso straordinario per ottenere la revocazione della sentenza.

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