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Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. Lorenzo Insigne, in nome di tutti gli “scugnizzi” napoletani

Savona. Un assegno di millecinquecento euro, un sorriso contro le risate e una promessa: vinceremo la scommessa. Quando all’alba della stagione 2005-2006 Giuseppe Santoro, allora responsabile del neonato settore giovanile del Napoli, acquistò un “soldo di cacio” di nome Lorenzo Insigne, furono in molti a ridere.

Troppo basso, il ritornello incassato con pazienza. Piccoletto per reggere il confronto con i marcantoni, le botte e i calci del moderno calcio fisico: Lorenzo, che forse all’epoca sfiorava appena il metro e 60, non era di certo un culturista. Però era già un artista/bambino del pallone. Millecinquecento euro benedetti: una scommessa stravinta.

Alle radici e alle origini di questo ragazzo di 23 anni (4 giugno 1991), che verrebbe una voglia matta di definire fenomeno. Sì, fenomeno: poco più di un metro e 60 centimetri (per l’esattezza 1,63), ma piedi e testa collegati dal filo di una genialità rara, da un talento puro come l’oro che prima di meritarsi la consacrazione immediata ha dovuto farsi le ossa in giro. Il mondo, a volte, è bene che rallenti, così da non avere capogiri, e dunque prima dell’incoronazione definitiva forse è stato meglio attendere l’ultimo definitivo salto di categoria. E non di qualità: perché di quella, Lorenzo detto il Magnifico, poteva già in allora venderne quanta ne voleva.C’era una cosa, tra l’altro, che chi lo conosceva molto bene continuava a ripetere: il rischio che perda la bussola non esiste, perché Insigne è un genio regolato.

Lavoratore vero e professionista serio. E le dichiarazioni rilasciate a Radio Goal, non appena si era sparsa la notizia di un possibile interessamento del Napoli ad un suo ritorno, in effetti, ne avevano confermato l’umiltà: “De Laurentiis mi rivuole a Napoli? Ne sono onorato e felice, lo ringrazio della stima, ma prima devo finire il campionato con il Pescara. Al futuro penserò dopo”. Ai giornalisti che gli chiedevano: “Tornerà subito in azzurro oppure proseguirà il tour in prestito?” rispondeva così: “Non so cosa accadrà: se resterò a Pescara in A oppure rientrerò alla base. Decidano i club. Non ho la pretesa di giocare titolare nel Napoli, anzi, però vorrei essere trattato al pari di tutti i compagni: un attaccante come gli altri e non un giovane che deve maturare. Tutto qua: altrimenti preferirei rimanere un anno ancora a Pescara”.

Idee già molto chiare, come si può constatare. Le stesse che gli hanno permesso di scalare la montagna nonostante un fisico alla Giovinco. Bella davvero, la sua storia. Che s’intreccia a quella di Giuseppe Santoro detto Peppe, finissimo talent scout, che all’epoca dirigeva il settore giovanile azzurro e che è poi stata una delle anime della squadra di Mazzarri, con il ruolo di team manager soltanto come etichetta. Da grande esperto, Santoro lo notò ad un raduno di fine 2005 a Grumo Nevano e, sfruttando il rapporto con Orazio Vitale, presidente dell’allora Scuola Calcio Olimpia Sant’Arpino, dove Insigne ha mosso i primi passi, riuscì a strapparlo al Torino (casa madre del vivaio).

Il costo dell’operazione? Come detto, millecinquecento euro. “Ho venduto Lorenzo al mio amico Santoro, non al Napoli”, ha infatti, sempre dichiarato Vitale. E pensare che quando Insigne fu portato a casa, lo scetticismo si mescolava alle risate. E c’è poco da ridere. Lacrime di gioia, invece, furono piante in famiglia: papà Carmine, operaio in una fabbrica di scarpe sempre in lotta con la crisi economica; donna Patrizia, mamma a tempo pieno; i fratelli Antonio (calciatore del Vitula FC classe ’88, attaccante, 1,70), Roberto (ex Primavera azzurra ora attaccante della Reggina, altezza 1,72) e Marco (Frattese, attaccante, 1,71). Il calcio, per loro, è vita e festa.La scalata nel Napoli fu rapidissima dal 2006 al 2009: Giovanissimi, Allievi e Primavera (con titolo di capocannoniere nazionale). Nel 2008 firmò il primo contratto da professionista con il club azzurro – che andrà in scadenza nel 2016 – e il 24 gennaio 2010, Mazzarri lo fece esordire a Livorno, in Serie A.

Qualche settimana dopo andò in prestito alla Cavese, ma è l’anno successivo che esplose modello atomica: a Foggia con Zeman. Che poi lo portò anche in B a Pescara, dove conobbe l’Under 20 e 21, la promozione in A, la Nazionale e l’emozione del palcoscenico da superstar sino al grave infortunio del 9 novembre 2014, nel corso della gara di campionato contro la Fiorentina, dove ha rimediato la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Nonostante non fosse per causa di questo avvenimento tra i convocati, ha festeggiato il 22 dicembre con i compagni la vittoria della Supercoppa italiana a Doha ai danni della Juventus. E questa è la sua storia fino a oggi. Eppure andando indietro nel tempo lpensate che o staff del settore giovanile nerazzurro non credette in lui.

Lorenzo Insigne a quel provino milanese ci pensa ancora. Ma come nel più classico dei casi da “sliding doors”, benedice il fatto di essere stato in allora scartato. Insigne scartato? Già, e torna a raccontarlo. “Da piccolo ero andato a fare un test per l’Inter e ne ritornai bocciato. Il responso dei dirigenti nerazzurri che mi visionarono all’epoca fu negativo e mi fece soffrire non poco. Ricordo che mi dissero che ero bravo ma un po’ bassino…Come se Maradona e Messi, giusto per citarne un paio, fossero dei giganti”.

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