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Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. La scomparsa dei “talenti”: si punta troppo sul fisico e poco sulla fantasia

Savona. Da circa un decennio, oramai, quanti seguono il calcio si pongono questa domanda: “Perché, in Italia ma anche nel mondo, non nascono più i numeri dieci?”, Attualmente, in giro, se ne vedono pochini mentre fino a qualche tempo fa tutte le nazionali ne avevano almeno uno in squadra.

Il “gene del genio” è scomparso perché il gioco del calcio si è inaridito oppure perché non ci sono più le mamme di una volta? Forse che oggi i numeri dieci, i fuoriclasse, vengono costruiti solo in “laboratorio”, in settori giovanili super specializzati? La “cantera” del Barcellona potrebbe essere un esempio. Ma in una terra ribelle come la Catalogna che hanno di tanto speciale le famiglie? Eppure tra i giovani blaugrana dominano i colori multietnici.

Tante domande, poche risposte e nessuna certezza. Il settore giovanile dell’Atalanta, proprio per cercare di sopperire a questa carenza a fine estate si è rafforzato con l’arrivo di Maurizio Costanzi, un'”eccellenza” tra gli esperti di vivai calcistici, basti pensare che ha portato il Chievo a vincere il campionato Primavera.

Non si può certo dire che Antonio e Luca Percassi facciano poco per il settore giovanile, anzi hanno sempre dichiarato che si tratta del fiore all’occhiello della società. Intanto però l’ultimo fuoriclasse che è nato e cresciuto a Zingonia è Roberto Donadoni (classe 1963), inizio anni ottanta, e forse Domenico Morfeo (classe 1976) ma in questo caso l’Atalanta declina ogni responsabilità perché il ragazzo aquilano è stato l’emblema del “genio e sregolatezza”, poi tanti buoni e anche ottimi giocatori.

Ad esempio uno come Riccardo Montolivo (classe 1985) ha le stimmate del campione eppure gli manca qualcosa per diventare e poi al Milan lo hanno trasformato in mediano. Questo può significare che il talento viene sacrificato al rigore degli schemi tattici e alla forza fisica. I talent scout cosa guardano oggi prima di scegliere un ragazzino da portare in un settore giovanile professionistico ma anche della Serie D? Se è piccolo di statura si informano, prima di tutto, se i genitori e magari i nonni sono alti e quindi sono convinti che crescerà, poi controllano se fisicamente è ben impostato con una corretta postura e, infine, se ha i piedi buoni.

Per carità, non è affatto sbagliato come criterio ma inevitabilmente la “tecnica” viene sempre dopo. Del resto gli istruttori, peraltro qualificati e preparati, sono spesso laureati in scienze motorie e sportive e magari non espressamente molto esperti del gioco del calcio.

Consultate gli organigrammi dei settori giovanili professionisti e leggerete nomi sconosciuti, così come i manuali dei primi calci sono scritti e realizzati da docenti di educazione fisico-motoria. Certo, è anche vero che i grandi campioni ma anche i buoni giocatori professionisti si sono dilettati a scrivere le loro autobiografie, di solito lautamente retribuiti, e solo pochi si sono cimentati con manuali di come si comincia a giocare a calcio, lasciando invece in mano la letteratura calcistica ai professori Isef.

Probabilmente sarebbe opportuno un connubio tra i teorici e i pratici. Gli esercizi col pallone tra i bambini delle scuole calcio sono in genere sempre troppo pochi, eppure la prima cosa che chiedono è: “Mister quando giochiamo, quando facciamo la partita?”. E gli istruttori, quorum ego nel loro piccolo, rispondono: “Prima gli esercizi motori, poi il pallone” e vengono quasi proibiti colpi di tacco, veroniche, dribbling e tutto ciò che fa spettacolo.

Mettere dieci ragazzini davanti ad un muretto e farli calciare di destro e di sinistro per dieci minuti non sarebbe male però (per non dire del ripristino della magica “forca”) e magari con un ex calciatore come istruttore che spieghi loro (sviluppandone la proprietà imitativa) come toccare il pallone d’interno, di esterno, di collo e così via. Ma chi lo fa ancora questo esercizio? Si preferiscono i “circuiti di destrezza” o skip con ostacoli o prove di schemi tattici. E il regno del pallone dove sta? E poi non diamo colpe alle mamme se non nascono più i fuoriclasse.

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