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Da Tovo in Patagonia alla ricerca del “tempo” perduto

Un orologio venduto 80 anni fa per 6354 lire e pagate a rate anche con venti messe di "protezione" per la famiglia Bergallo

Tovo San Giacomo. Quando a Santa Cruz scoccano le 11, l’ora della messa, a Tovo San Giacomo sono le 8 e i bambini vanno a scuola. In quel paese sperduto dell’America Meridionale c’è un orologio con due quadranti di cristallo datato 1935 “made in Bergallo”. Era stato acquistato nel laboratorio artigianale dei Bergallo e per un mese ha solcato l’Oceano prima di essere posizionato sulla torre-campanile di Santa Cruz dove il tempo è scandito dalle lancette di quello storico orologio. Un modello acquistato per 6354 lire e pagato a rate anche con 20 messe celebrate come baratto da padre Federico Torre.

Ora c’è un Indiana Jones pronto a partire alla ricerca di quel tesoro finito dall’altra parte del mondo. E’ il videomaker Alessandro Beltrame che con i suoi documentari gira il mondo e presto tornerà in Patagonia a caccia di quell’orologio che ha una storia decisamente affascinante.

Il 19 dicembre 1934 alla porta del laboratorio di Giovanni Bergallo bussò padre Torre. Era in giro per la Riviera di Ponente. Rimase affascinato da quegli orologi tra ingranaggi e lancette. Ne ordinò uno con due quadranti di cristallo. Doveva essere montato sul campanile di una chiesa e fare la sua bella figura. Ma non era per i fedeli del Piemonte e della Val d’Aosta che già conoscevano l’arte dei Bergallo dove quegli orologi ancora oggi segnano le ore, bensì in una chiesetta della lontanissima Patagonia, area geografica dell’America del Sud. Una zona, è proprio il caso di dirlo, fuori dal tempo.

Il costo di produzione dell’orologio era di 3800 lire, 1600 per il doppio quadrante, 100 lire per l’imballaggio e il trasporto verso la stazione ferroviaria di Pietra Ligure, altre 850 lire per il trasporto via nave in Patagonia e 4 lire per il bollo. Le tasse per l’export andavano pagate. Per la chiesa di Santa Cruz erano tanti soldi e le offerte dei fedeli non bastavano. Padre Federico Torre allora aveva chiesto di poter pagare l’orologio a rate. Ed ecco che un primo acconto arrivò nelle casse dei Bergallo ad aprile del 1935, quattro mesi dopo l’acquisto. Era una somma di 2057 lire.

Cinque mesi dopo, era il mese di settembre, ecco secondo acconto di 1000 lire, ma con una curiosa novità: la possibilità della parrocchia di Santa Cruz di barattare l’orologio con la celebrazione di venti messe perché anche il buon Dio continuasse a proteggere l’arte e il lavoro dei Bergallo. Affare fatto. Passarono altri undici mesi. Era il mese di agosto del 1936 quando arrivarono a Tovo altre 2000 lire. Ma solo l’8 giugno 1938 arrivò il saldo finale di quell’orologio “made in Bergallo”.

Una storia bellissima da raccontare ai bambini delle scuole che è venuta a galla da uno dei registri finiti nella soffitta di quel laboratorio artigianale, oggi diventato il celebre “Museo dell’Orologio di Tovo” che l’amministrazione comunale guidata da Alessandro Oddo conserva come una reliquia.

Ma nella pagina di storia di un libro senza tempo, manca la foto di quell’orologio di Santa Cruz. “Alessandro Beltrame – dice Alessando Oddo, sindaco del paese – andrà in Patagonia a cercarlo. Ha voluto indicazioni precise e dettagli. Sarà il nostro Indiana Jones a caccia di quel tesoro finito Oltreoceano”.

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