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Bomba di Albisola, ecco la sua storia: doveva fermare un treno, morirono in 18 fotogallery

Albisola Superiore. Era il 12 agosto del 1944, e mancavano 3 giorni all’inizio dell’Operazione Dragoon, l’invasione Alleata della Francia meridionale che avrebbe avuto inizio il 15 agosto tra Tolone e Cannes. Una mossa strategica, proposta dagli americani, che sarebbe servita a bilanciare lo Sbarco in Normandia: non a caso i nomi in codice delle due operazioni belliche erano Hammer (Martello, per l’invasione in Normandia) e Anvil (Incudine, per quella nella Francia meridionale).

Mettere i tedeschi “tra l’incudine e il martello”, quindi, era l’obiettivo degli americani: il piano rimase a lungo su carta, più volte modificato e rivisto anche per il dissenso di Churchill, e alla fine approvato dopo la caduta di Roma e quella della Normandia, effettivamente invasa due mesi prima.

Mancavano tre giorni, dunque, a quel fatidico 15 agosto, giorno in cui 5000 paracadutisti si sarebbero lanciati sulla Costa Azzurra seguiti dallo sbarco di 50.000 uomini sulle coste del Var. In quei giorni gli aerei americani operavano per indebolire le possibilità di resistenza delle truppe tedesche in Francia, proprio in previsione dell’operazione; ed il 12 agosto presero di mira un treno corazzato tedesco, che dall’Italia era diretto in Costa Azzurra. Il treno, per sfuggire alle bombe alleate, si nascose all’interno di una galleria: si trattava proprio di quella del “Buco del Prete”, tra Celle ed Albisola Superiore.

I bombardieri americani, però, non si arresero così facilmente, e iniziarono a lanciare i loro ordigni contro le imboccature della galleria, nella speranza di far esplodere o almeno danneggiare irreparabilmente il treno all’interno. Una manovra difficilissima, che infatti fallì: all’interno di quella galleria morirono 18 persone (ancora oggi ricordate da una lapide sull’Aurelia), ma il treno scampò all’attacco.

E una di quelle bombe, evidentemente, mancò il bersaglio, atterrando senza esplodere in un terreno a pochi passi dai binari. Lì è rimasta, sepolta e silente, mentre intorno a lei nascevano le ville di via Torre del Capo, tra cui quella che oggi appartiene a Marcello Galleano, vicepresidente e direttore commerciale della Esi. Fino a sabato 28 febbraio 2015, quando dopo 70 anni e mezzo è tornata alla luce.

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