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Lavori per il recupero della cava di Bergeggi: pm chiede due condanne per truffa e frode fiscale

Bergeggi. Si avvia verso la conclusione il processo che ha preso le mosse dall’inchiesta sui lavori per il recupero dell’ex cava di Bergeggi. Questa mattina infatti, davanti al collegio del tribunale, è iniziata la discussione e il pubblico ministero Ubaldo Pelosi ha chiesto la condanna di entrambi gli imputati a due anni e sei mesi di reclusione (per due dei capi d’imputazione contestati).

A giudizio ci sono Elsa Viglienzoni e Luigi Bracali, gli amministratori della società “Alla Grotta” che ha curato il restyling dell’area dove sono stati costruiti un ristorante “La kava”, parcheggi ed un camping. I due erano stati rinviati a giudizio con le accuse di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione ai danni dello Stato (reato per il quale il pm ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste) e dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

L’accusa ha anche chiesto una sanzione pecuniaria da 80 mila euro per la società “Alla Grotta” e la confisca dell’equivalente della somma che sarebbe stata indebitamente ottenuta (un totale di 259mila euro). I difensori degli imputati (gli avvocati Luca Somà, Paolo Marson e Maria Teresa Bergamaschi) hanno invece chiesto l’assoluzione per tutti i capi d’imputazione (e in subordine una sentenza di non luogo a procedere per prescrizione). Il processo è stato rinviato per le repliche e la lettura del dispositivo.

Elsa Viglienzoni è rimasta coinvolta nella vicenda in qualità di amministratore unico della società “Alla Grotta di Viglienzoni Elsa & C. Sas” con sede a Vado Ligure, mentre il marito Luigi Bracali in quanto considerato amministratore di fatto della società che ha realizzato negli anni scorsi il complesso della Cava di Bergeggi, che sorge a lato dell’Aurelia, proprio davanti all’Isola di Bergeggi.

L’intervento finito sotto la lente della Procura, sulla base delle considerazioni contenute in un rapporto della tenenza di Finale della Guardia di Finanza, aveva permesso, a partire dal 2001, di bonificare l’antica cava di materiali inerti e le strutture fatiscenti al suo interno, realizzando parcheggi, un camping e varie strutture per la ristorazione (che sono completamente estranee all’inchiesta giudiziaria). Ed è proprio sulla fase realizzativa edilizia del complesso che si è concentrata l’indagine.

L’ipotesi sostenuta dal pm è che, usufruendo di fatture inesistenti in tutto o in parte, emesse da un gruppo di imprese e artigiani edili compiacenti, la società abbia potuto “gonfiare” le uscite indicando nelle dichiarazioni 2004, 2005 e 2006 elementi non deducibili (perché inesistenti) per circa 976 mila euro, procurandosi così un risparmio, soltanto di Iva, di 195 mila euro, e abbassando in conseguenza anche il reddito e l’imposta Irpeg. Davanti al gip erano caduti alcuni dei reati finanziari relativi al 2003, ma il resto del quadro accusatorio era rimasto in piedi.

Secondo quanto era stato accertato dai finanzieri il contributo di 260 mila euro ottenuto ai sensi della legge 488/92 (somme a fondo perduto erogate dal Ministero delle Attività Produttive per le imprese che realizzano investimenti nelle “aree depresse”, anche nel settore del turismo) sarebbe stato erogato su presupposti falsi (le fatturazioni in tutto o in parte inesistenti, e i relativi bilanci e dichiarazioni dei redditi che devono essere allegati alla richiesta). Di qui l’ipotesi di truffa aggravata nel conseguimento di erogazioni pubbliche.

Sul fatto che i lavori nella cava siano stati conclusi non ci sono però dubbi. Il sospetto della Procura è che gli interventi non siano stati eseguiti dalle ditte che hanno fatturato o comunque non per gli importi indicati. A margine dell’inchiesta era partita una segnalazione all’Agenzia delle Entrate, mentre il 15 dicembre del 2011 il pm aveva disposto il sequestro preventivo di tre immobili a Spotorno, nella disponibilità degli indagati, per un controvalore di circa 260 mila euro: l’equivalente del contributo dello Stato che secondo la Finanza sarebbe stato ottenuto indebitamente.

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