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Lavori per il recupero della cava di Bergeggi: due condanne a 14 mesi per truffa

Bergeggi. Si è chiuso con due condanne a quattordici mesi di reclusione, per il reato di truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche, il processo che prendeva le mosse dall’inchiesta sui lavori per il recupero dell’ex cava di Bergeggi. A giudizio c’erano Elsa Viglienzoni e Luigi Bracali, gli amministratori della società “Alla Grotta” che ha curato il restyling dell’area dove sono stati costruiti un ristorante, “La kava”, parcheggi ed un camping.

I due imputati, che hanno beneficiato della sospensione condizionale della pena, sono anche stati assolti (“perché il fatto non sussiste”) da uno dei capi d’imputazione contestati, quello relativo al reato di malversazione ai danni dello Stato. Per le contestazioni relative all’accusa di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistentiè arrivata invece una sentenza di non luogo a procedere per prescrizione del reato. Infine il collegio ha inflitto anche una sanzione di 15 mila euro per la società “Alla Grotta” che risultava “imputata” in qualità di persona giuridica.

A Viglienzoni e Bracali inoltre sono stati confiscati beni per un valore equivalente a 259 mila euro, l’importo che secondo l’ipotesi della Procura era stato indebitamente ottenuto.

I difensori degli imputati (gli avvocati Luca Somà, Paolo Marson e Maria Teresa Bergamaschi) avevano invece chiesto l’assoluzione per tutti i capi d’imputazione (e in subordine una sentenza di non luogo a procedere per prescrizione).

Elsa Viglienzoni era rimasta coinvolta nella vicenda in qualità di amministratore unico della società “Alla Grotta di Viglienzoni Elsa & C. Sas” con sede a Vado Ligure, mentre il marito Luigi Bracali in quanto considerato amministratore di fatto della società che ha realizzato negli anni scorsi il complesso della Cava di Bergeggi, che sorge a lato dell’Aurelia, proprio davanti all’Isola di Bergeggi.

L’intervento finito sotto la lente della Procura, sulla base delle considerazioni contenute in un rapporto della tenenza di Finale della Guardia di Finanza, aveva permesso, a partire dal 2001, di bonificare l’antica cava di materiali inerti e le strutture fatiscenti al suo interno, realizzando parcheggi, un camping e varie strutture per la ristorazione (che erano completamente estranee all’inchiesta giudiziaria). Ed è proprio sulla fase realizzativa edilizia del complesso che si era concentrata l’indagine.

L’ipotesi sostenuta dal pm era che, usufruendo di fatture inesistenti in tutto o in parte, emesse da un gruppo di imprese e artigiani edili compiacenti, la società avesse potuto “gonfiare” le uscite indicando nelle dichiarazioni 2004, 2005 e 2006 elementi non deducibili (perché inesistenti) per circa 976 mila euro, procurandosi così un risparmio, soltanto di Iva, di 195 mila euro, e abbassando in conseguenza anche il reddito e l’imposta Irpeg. Davanti al gip erano caduti alcuni dei reati finanziari relativi al 2003, ma il resto del quadro accusatorio era rimasto in piedi.

Secondo quanto era stato accertato dai finanzieri il contributo di 260 mila euro ottenuto ai sensi della legge 488/92 (somme a fondo perduto erogate dal Ministero delle Attività Produttive per le imprese che realizzano investimenti nelle “aree depresse”, anche nel settore del turismo) sarebbe stato erogato su presupposti falsi (le fatturazioni in tutto o in parte inesistenti, e i relativi bilanci e dichiarazioni dei redditi che devono essere allegati alla richiesta). Di qui l’ipotesi di truffa aggravata nel conseguimento di erogazioni pubbliche.

Sul fatto che i lavori nella cava siano stati conclusi non ci sono però dubbi. Il sospetto della Procura era che gli interventi non fossero stati eseguiti dalle ditte che avevano fatturato o comunque non per gli importi indicati. A margine dell’inchiesta era partita una segnalazione all’Agenzia delle Entrate, mentre il 15 dicembre del 2011 il pm aveva disposto il sequestro preventivo di tre immobili a Spotorno, nella disponibilità degli indagati, per un controvalore di circa 260 mila euro: l’equivalente del contributo dello Stato che secondo la Finanza sarebbe stato ottenuto indebitamente.

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