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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. Sergio Vatta, il mago che trasformava i ragazzini in oro

Savona. «Hanno scritto che al Torino ho reso 350 miliardi di lire. Ma non cambierei mai la mia carriera con quella di un allenatore di prima squadra». Cominciava così una delle tante interviste, fatte a Sergio Vatta, il mago granata che si porta dentro ancora con rammarico il fatto che l’allenatore della prima squadra del Torino Gigi Radice non prese in considerazione la sua segnalazione del talento del giovanissimo Platini adducendo come giustificazione quella che a suo dire il calcio francese fosse un calcio minore.

Quattro scudetti, sei coppe Italia, quattro tornei di Viareggio con la Primavera del Torino; uno scudetto giovanissimi e uno Primavera come responsabile dei parigrado della Lazio, poi direttore tecnico delle nazionali giovanili e allenatore dell’Italia femminile portata alla fase finale dei mondiali. Ha visto nascere e crescere (e cresciuto) campioni e signori nessuno, ma come una levatrice di altri tempi non ha fatto differenze né sconti.

La prima missione?
«Nel ’75. Allenavo l’Ivrea, ma un giorno alla settimana lavoravo per il Torino. Giacinto Ellena, allora responsabile del settore giovanile granata, mi disse: “Si va a Lione per vedere un francese con il cognome italiano”».

E vide?
«Facile: Michel Platini. Mezzala del Nancy, quella sera fece gol e prese una traversa. “Può giocare in qualsiasi squadra al mondo” scrissi nella mia relazione, dandogli un “ottimo” per le qualità tecniche e tattiche ed un “molto buono” per la struttura fisica. Si poteva opzionare con cento milioni, ma Radice, tecnico del Toro, disse: “Non dimentichiamo che gioca in Francia, un campionato minore”»…

Se ne sono sentite di migliori come profezie?
«Sì, ma dopo quel viaggio fui assunto dal Torino».

Scannerizzi 24 anni di lavoro in granata: il top undici?
«Mi manca un portiere, poi: Francini, Cravero, Benedetti, Mandorlini, Fuser, Dino Baggio, Venturin, Sclosa, Lentini, Vieri».

Cominciamo dall’ultimo.
«Me lo segnalò Serino Rampanti, ex ala del Toro, amico di Bob Vieri, il padre di Christian. Bobo giocava nel Prato e per convincere il presidente toscano, tifoso granata, a vendercelo comprammo anche il figlio Paolo, portiere ad Ancona».

Com’era Vieri?
«”Mi diceva: sono il più scarso di tutti, vado a casa”. Io gli rispondevo: è vero, sei scarso, ma fai sempre gol. Aveva una feroce voglia di riuscire, alla fine di ogni seduta si fermava un’ora più degli altri a crossare. Non avrei mai pensato potesse diventare così forte».

Altro fenomeno: Lentini.
«Lo vidi in una partita degli allievi a Mathi Canavese e ne fui impressionato. In pochi hanno fatto la differenza come lui nelle giovanili, la maglia numero sette finiva sempre stracciata. E una volta fece infuriare Pagliuca…».

Racconti…
«Fece quattro gol alla Samp. Nell’ultimo scartò mezza squadra, poi si fermò sulla linea di porta, aspettò il ritorno del portiere e segnò. Eravamo al Fila, Pagliuca lo inseguì per tutto il campo…».

Il provino più strano?
«Al Filadelfia si presenta un ragazzino e mi dice: “Arrivo da Bagnara Calabra, abito da mia sorella e voglio giocare nel Torino”. “Sei troppo piccolo per noi”, gli dissi, così lo mandai al Victoria Ivest, una nostra succursale. Mi richiamarono: questo piccoletto è un fenomeno…. Era Benny Carbone».

La sconfitta indimenticabile?
«Tardelli. Dopo averlo visto a Como, andammo da Pianelli che ci accolse sconsolato: “A l’a pialu l’Avucat” disse. L’aveva già preso l’Avvocato. Ma la Juve mi chiese persino un parere prima di un acquisto importante…».

Quando?
«Boniperti stava comprando Del Piero e mi telefonò per avere il mio consenso. Ovviamente gli dissi di prenderlo. Volle regalarmi una spilla da giacca della Juve, ma la rifiutai…».

Capitolo osservatori: scelga i più affidabili?
«Un certo Mollicciara, da Massa Carrara. “Ho quattro giocatori da serie A”, mi disse al telefono. Non ci volevo credere, così andai a vedere. Noi prendemmo Bertoneri e Francini. Ma il Milan Evani e Battistini. Era tutto vero».

Altri specializzati?
«Sola. Da Padova. Ci segnalò Pancaro, a Treviso con la Calabria per il Torneo delle Regioni. Ci costò 20 milioni, dieci all’Acri, la sua squadra, altrettanti al padre. E fu sempre Sola a mettermi sulle piste di Dino Baggio».

A proposito, che tipo era il Baggio meno famoso?
«Faceva il centravanti, lo portai indietro. “Lei rovina mio figlio”, mi urlava la madre. E lui la cacciava via, “non ti voglio più vedere vicino agli spogliatoi”».

Premio occhio di lince?
«A Volfango Patarca, allenatore dei giovanissimi della Lazio. Scriveva in un italiano zoppicante, ma conservo ancora le relazioni su Nesta e Di Vaio, all’epoca undicenni».

Leggiamole…
«Nesta: (testuale dalla scheda): “Dotato di tecnica eccezzionale salta l’uomo con facilità incredibile per la sua età è eccezzionale sa fare di tutto. Centrocampista con mezzi tecnici e fisici di gran talento se continua a migliorare e non distrarsi ha un futuro come calciatore».

E Di Vaio?
«Rileggo la scheda: “Ha tecnica eccezzionale, furbizia scatto e rapidità di esecuzione incredibile. Chiedo a tutti di non far perdere un simile talento”».

È stato accontentato, Patarca. Ma la sua gioia maggiore qual è?
«L’esordio di Mandorlini in serie A. Andrea era il primo giocatore allenato da me ad arrivare così in alto».

Allenatori: il più e il meno collaborativo?
«Fascetti ci seguiva sempre. E quando gli piacevamo in modo particolare, il lunedì successivo ci invitava tutti a cena».

All’opposto?
«Radice. Spesso il nostro campo era preparato meglio di quello della prima squadra. E allora lo prendeva lui. E ci costringeva ad allenarci nel cortile del Filadelfia, sulla ghiaia».

Il giocatore più vicino ai giovani?
«Junior. Conosceva tutti i ragazzi e finito il suo allenamento si fermava a fare le partitelle con loro».

Il miglior talento visto crescere?
«Buffon. Il più forte degli ultimi 30 anni. Lui e Totti li ho avuti nell’under 15. Poi Pirlo: anche lui passò dall’under 15, “è il giocatore del 2000” dissi: tecnico e capace di resistere al gioco fisico dell’avversario».

Ha detto: gli istruttori si stanno trasformando in allenatori. Che cosa significa?
«Che puntano troppo sulla prestazione. Robotizzano i ragazzi e dimenticano che i giovani non sono adulti in miniatura. Ogni stagione il calcio italiano perde circa 50mila praticanti: 14 anni è il passaggio critico».

Perché?
«Scuola superiore, altri interessi, trasformazione fisica e, soprattutto, scoperta di non essere un campione. L’istruttore di calcio dev’essere bravo a farsi preferire a tutto questo. Non per niente in Francia li chiamano educateur».

Parliamo dei procuratori intorno ai giovanissimi?
«Sono una rovina. Ma se un ragazzino ha bisogno del procuratore a 14 anni diventerà un cittadino di serie B».

Chi è il migliore talent scout?
«Favini dell’Atalanta».

E tra i tecnici affermati, chi lavora meglio con i ragazzi?
«Cesare Prandelli. Ma ora fa un altro mestiere».

Un consiglio ai giovani allenatori?
«Quando non sapete cosa fare, fate la partitella».

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