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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia: Raffaello Bonifaccio, un vero “maestro” in tutti i sensi

Savona. Il presidente Antonio Percassi ancora una volta era stato di parola. Lo aveva affermato immediatamente dopo il suo insediamento alla sua seconda presidenza avvenuta nel 2010 : nella sua Società ci sarebbe stato posto esclusivamente per gente capace, per gente “da Atalanta”. Gli aveva fatto eco il direttore sportivo Gabriele Zamagna. “Stiamo procedendo in queste settimane alla ristrutturazione dell’organigramma del settore giovanile. Porrini e Bonacina hanno sottoscritto contratti triennali, ora rinnoveremo anche con altre figure cardine del vivaio. Inoltre, il maestro Bonifacio tornerà ad avere un ruolo importante rispetto a quello marginale degli ultimi anni”.

Per Zamagna però il lavoro da fare non si esauriva li. “Dobbiamo considerare il settore giovanile nella sua interezza, proseguendo sul solco di quanto svolto negli anni passati. L’obiettivo è creare una filosofia del lavoro che premi le eccellenze e le professionalità sin da piccoli”. Insomma il modello è rappresentato dalla “cantera” del Barcellona, dove si creano gruppi di giocatori che crescono insieme e raggiungono i traguardi più importanti: dal vivaio alla Nazionale, dal Campionato Primavera alla Coppa del Mondo”.

Ed è così che fu richiamato subito il Maestro Bonifaccio, per riaffidargli la sua cattedra a Zingonia: uomini come lui non si potevano perdere in questo modo. Le famigerate “forbici” di un ben noto e non troppo amato ragioniere bolognese calvo avevano da poco terminato la loro opera, inesorabili, quando ciò avvenne . Dopo una vita sui campi di calcio in mezzo ai suoi Pulcini, intento a scovare talenti per la Dea, il Maestro aveva preferito andarsene in silenzio, da vero galantuomo bergamasco, di poche parole (e tanti fatti). Le “forbici del ragioniere” di certo non facevano per lui. In seguito se ne era ben guardato dall’accettare proposte di gran prestigio provenienti dall’altra sponda dell’Adda. Perché per gente così conta solo la maglia. E le persone come il Maestro la portano per tutta la vita.

Non avevamo mai avuto il piacere di conoscere direttamente il Maestro Raffaello Bonifaccio. Per quelle singolari coincidenze della vita, questa opportunità si è avverata e pertanto siamo andati a trovarlo nel suo ufficio. Probabilmente aspettavamo da tempo questo momento. Il “maestro” nell’accoglierci ci ha deliziato con aneddoti e narrazioni ed inoltre ci ha fatto omaggio della copia di un articolo del 2007 dal titolo “Grazie, maestro” (che ci apprestiamo a riproporvi) comparso a suo tempo sul sito www,atalantini.com scritto da Stefano Corsi, alias Secundus.

Il prof. Corsi è nato a Bergamo nel 1964 ma vive a Lodi, dove insegna lettere in un liceo. Collabora con il blog della “Gazzetta dello Sport” Quasi Rete. Ha pubblicato tra testi dedicati alla “dea”: “Mentre intanto l’Atalanta”, “L’Atalanta nei giorni” e “Il campionato del professor Caudano” ed è uno degli autori dell’antologia “Un coro per il Vecio”, dedicata ad Enzo Bearzot, nonché della raccolta di racconti sui Mondiali di calcio “Ogni quattro anni”. Per Limina, nel 2009 ha infine scritto “Per brevità chiamato Ibra – Il campione senza maglia”.

Grazie, maestro. A l’ gh’è ergót che ‘l va mia, dicevano a volte i miei vecchi. E, quando lo dicevano, non era un buon segno. Stavo nella Bergamasca il lunedì 20 settembre 2007. Non per un motivo lieto. Ma a un certo punto della mattinata sono entrato in un bar e ho sfogliato l'”Eco di Bergamo”, giornale che, per me che vivo fuori provincia e non lo trovo nelle edicole della mia città, conserva sempre un certo fascino. Naturalmente, una volta lo facevo oggetto di una sorta idolatria, come fonte unica sull’Atalanta. Oggi, internet ha annullato molte distanze e la faccenda è un po’ diversa. Ma un’occhiata, all'”Eco”, quando posso, la do comunque.

A colpirmi, l’altro giorno, è stata la pagina delle lettere, più che quella dello sport, dedicata all’amichevolissima con l’Empoli e a rimasugli di mercato. Perché una delle missive giunte al direttore aveva una firma importante e un argomento che mi ha incuriosito. L’aveva scritta Giacomo Randazzo, per moltissimi anni segretario generale dell’Atalanta, effimero ma stimato presidente nei mesi belli di Delio Rossi e ora approdato all’ambiziosa Cremonese di Mondonico.

Ergót che ‘l va mia? Prima cosa: che se visitate il sito ufficiale dell’Atalanta, nella pagina che propone i nomi di tutti i presidenti dal 1907 a oggi, della presidenza Randazzo non vi è quasi traccia. Ho imparato presto a diffidare di chi manipola la verità nel momento in cui si incarica di tramandare la storia, foss’anche la storia di una società di calcio di provincia.

Perché il nome di Randazzo è taciuto? Forse per il fatto che, conclusasi la sua parentesi non del tutto pacificamente, Ruggeri è tornato al vertice dell’Atalanta, come lo era prima? Forse. Ma o non si propone un elenco dei presidenti, o non si condannano sovieticamente alla damnatio memoriae quelli il cui ricordo può non essere gradito. O no? Comunque. Di che parlava questa lettera di una trentina di righe scritta dal presidente Randazzo? Del maestro Bonifaccio e della sua uscita dall’Atalanta. Don Abbondio chiederebbe: Bonifaccio, chi era costui? Il titolo (maestro: bellissimo. Di cosa? Delle scuole elementari: ancora più bello) e il cognome (Bonifaccio, che se non fosse per quella “c” in più farebbe pensare a un pontefice medievale) sono di quelli che non si dimenticano. Personalmente, ho iniziato a notarli in alcune interviste a giocatori nerazzurri diventati famosi (tipo Donadoni, Locatelli, Montolivo). Alla domanda su quali fossero stati gli allenatori importanti per la loro maturazione sportiva e umana, saltava puntualmente fuori questo maestro Bonifaccio. La sua biografia, anche riassunta per sommi capi, mi pare costituisca una nobile pagina di calcio, e di calcio bergamasco.

Nato in Eritrea nel 1942, Raffaello Bonifaccio torna piccolissimo in Italia con la sua famiglia. Conseguito il diploma di abilitazione magistrale, entra in ruolo nel 1965 e ottiene la cattedra a Gorlago, dove inizia l’attività di allenatore con i propri alunni: praticamente un uomo tutto cattedra e campo, secondo la felicissima intuizione di accostare didattica e gioco.

I bambini diventano grandicelli, e il maestro li segue, come mister, anche quando arrivano alle medie e li porta alla finale nazionale del 1973 dove perdono con la monetina contro i pari età del Genoa. L’anno dopo, con un gruppo di ragazzi di Gorlago, vince il titolo regionale e viene invitato dall’Atalanta per un’amichevole. Il terreno di gioco è il Campo Militare di via Baioni a Bergamo. Finisce 3 a 1 per il Gorlago e sulle tribune c’è presente il dottor Brolis che contatta Bonifaccio e gli affida l’incarico di allenatore e selezionatore dei più giovani nel settore atalantino, i bambini di 12 anni.

A fine anno il dottor Brolis lascia l’Atalanta; Bonifaccio si dimette di conseguenza, ma lo stesso Brolis gli chiede di restare per portare avanti il suo incarico. Sarà una fortuna per la società e per tanti ragazzini della provincia, primo fra tutti un mingherlino di nome Roberto Donadoni, che il maestro vorrà tenere con fermezza all’Atalanta, contro il parere di altri esperti e con qualche ragione… Più in generale, proprio Bonifaccio a metà degli anni ottanta riesce a ottenere l’allestimento della categoria Pulcini, fino ad allora considerati troppo piccoli per entrare a far parte di un settore giovanile professionistico.

Si tratta di una svolta fondamentale, perché così si inizia a evitare l’esodo di ragazzini bergamaschi di otto-nove anni verso le società metropolitane e, soprattutto, si portano a Bergamo piccoli giocatori delle vicine province che, diversamente, prenderebbero altre strade: basti fare i nomi di Tacchinardi e Mutarelli, o, più recentmente, di Motta e Brivio.

Non a caso, nel dicembre 2005 gli “Amici dell’Atalanta” premiano il maestro Bonifaccio con una medaglia d’oro, anche se lui, modesto e incline a restare nell’ombra, a ritirarla di persona non ci va. Del Maestro Bonifaccio, Mino Favini ha detto: “E’ un uomo per certi versi incredibile, schivo da rasentare la timidezza, una persona squisita che ha un fiuto straordinario nella scelta dei bambini. Di sicuro l’ha aiutato la sua professione a scuola, ma se vi rendete conto della difficoltà di selezionare bambini di otto anni, capirete perché, per l’Atalanta, Raffaello sia una persona importantissima”. Quanto alla querelle del provino di Balotelli con l’Atalanta: “il maestro Bonifaccio, che arbitrava le partitelle tra ragazzi provinandi, fu contestato da super Mario, ed anche se era un giocatore già qualitativamente molto forte venne scartato proprio per questo suo modo di comportarsi”.

Ecco: ora questa persona importantissima l’Atalanta la lascia. Più d’uno a Zingonia, vedendolo andarsene con i suoi scatoloni, aveva il groppo in gola. Parola di Randazzo. Che tuttavia non spiega i motivi del ritiro, né io li so. Io so solo che nei cento anni della storia nerazzurra contano più uomini come il maestro Bonifaccio, che costruiscono i campioni (e gli uomini) e ne gettano le fondamenta, che non, magari, personaggi già formati che arrivano a serenamente e malinconicamente tramontare (ricordate i Francis o gli Albertini?…).

Peccato che di chi lavora nel silenzio con passione e competenza, nessuno parla. Presi dalla cronaca (oggi i Franceschini e i Costinha), trascuriamo la storia. A quanto mi risulta, neppure l’ “Eco do Bergamo” all’addio di Bonifaccio ha dedicato una sola riga. Giusto quelle di Randazzo. Anche per questo, forse, a l’ gh’è ergót che ‘l va mia. Anche per questo, se pur da lontano e da una tribuna defilata e minore, ho voluto scriverne. Come per dire un semplice grazie a uno che all’Atalanta, per anni, ha dato tantissimo.

Grazie Maestro, anche da parte nostra. Abbiamo avuto l’onore di conoscerti e siamo riusciti a respirare quell’aria pulita del calcio di una volta, che pensavamo non esistesse più.

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