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Morte sul lavoro all’Agriturismo Oddone, sentiti colleghi e sorella della vittima: “Dicevano di dire che era caduto dal tetto”

Bardineto. E’ entrato nel vivo il processo per l’infortunio sul lavoro che il 27 agosto del 2009, a Bardineto, era costato la vita ad un ventottenne, Gheorge Wladut Asavei. Questa mattina in Corte d’Assise sono infatti stati sentiti i colleghi che quel giorno erano con lui, la sorella della vittima, ma anche il direttore del 118 Salvatore Esposito. Il processo per omicidio volontario infatti ruota intorno ai soccorsi prestati agli operai che, secondo l’accusa, non furono prestati in maniera corretta dai loro datori di lavoro: non fu allertato il 118, ma i feriti furono accompagnati in ospedale con mezzi privati. A giudizio, anche con le accuse di violenza privata, lesioni e falso (oltre che di omicidio), ci sono i titolari dell’agriturismo dove si era verificato il tragico avvenimento, i fratelli Angelo, Emilio e Maria Nadia Oddone, e la ex compagna di uno dei fratelli, Giuseppina Ferrari.

In aula questa mattina sono proseguite le audizioni dei testimoni chiamati dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro. Il primo ad essere sentito è stato il bosniaco Dragan Novakovic, collega della vittima che quel giorno era con lui nel bosco e rimase ferito nell’incidente. In quasi tre ore di deposizione l’uomo ha rivissuto quanto accadde a Bardineto quel giorno: dal ribaltamento del trattore alla richiesta di soccorsi ed il trasporto in ospedale sulle auto dei datori di lavoro.

Poi è toccato al secondo operaio presente nel bosco dove si verificò l’incidente che ha ricostruito quanto successo: “Ho sentito un rumore e poi gridare e sono corso a vedere cosa era successo. Ho trovato Wlad e Dragan che stavano male. Wlad parlava a fatica e chiedeva dell’acqua da bere allora ho provato a chiamare aiuto, ma il cellulare non prendeva quindi sono dovuto scendere più in basso. Ho chiamato gli Oddone e ho gli ho detto che Wlad stava male e di chiamare l’ambulanza. Sono sceso per due volte a chiamarli e dopo un po’ sono arrivati Emilio e Nadia: prima hanno caricato uno e poi l’altro e li hanno portati giù”.

L’operaio ha anche accusato Nadia Oddone di essersi preoccupata, non appena raggiunto il ferito, di dirgli di raccontare di essere caduto dal tetto di casa: “Gli diceva di dire di essersi fatto male scivolando dal tetto di casa e gli aveva chiesto di fare un segno con la testa se aveva capito”. Il testimone ha anche precisato che ogni giornata di lavoro gli veniva pagata 50 euro.

A deporre è stata poi chiamata la sorella di Asavei, il giovane romeno morto dopo l’incidente con il mezzo cingolato: “Io ero al lavoro in albergo quando è arrivato Angelo Oddone a dirmi che mio fratello aveva avuto un incidente. Mi disse subito di riferire ai carabinieri che era caduto dal tetto, ma io sapevo che non era così perché la mattina lo avevo visto andare nei boschi. Poi mi aveva telefonato anche una ragazza che lavorava nell’agriturismo Oddone, nelle cucine, riferendomi di aver sentito dire che mio fratello aveva avuto un incidente”.

Sulle abitudini lavorative del fratello la ragazza, che in quel periodo viveva insiema lui, ha raccontato: “Andava a lavorare alle 7 del mattino, prima si occupava delle stalle, poi andava nel bosco fino a quando non faceva buio e poi ancora nelle stalle. Prendeva 50 euro al giorno e non quello che c’era scritto nella busta paga. Se pioveva e lui non andava a lavorare non veniva pagato. Gli Oddone non hanno mai versato la liquidazione e non hanno partecipato nemmeno alle spese funerarie: abbiamo pagato noi grazie anche all’aiuto della gente di Bardineto”. A proposito dell’abilità di guida del fratello la giovane ha precisato: “Lui non aveva la patente ma so che gli Oddone gli facevano guidare auto e trattori. Inoltre già una settimana prima di morire – ha aggiunto trattenendo a fatica le lacrime – aveva avuto un incidente, si era tagliato un piede con la motosega, e i suoi datori di lavoro gli avevano detto di dire che si era fatto male in casa”.

Tra le altre testimianze, oltre a quella della convivente della vittima (per la quale il pm ha chiesto la trasmissione degli atti per falsa testimonianza), anche quella del dottor Esposito del 118 che ha spiegato come funziona la procedura di soccorso. Parlando del caso al centro del processo il medico ha detto che “se fosse stato allertato il 118 sarebbe stata inviata l’automedica, ma anche l’elicottero che nel giro di una ventina di minuti avrebbe raggiunto il luogo dell’incidente”.

Una scelta che non fu seguita dagli imputati (assistiti dagli avvocati Alessandro Cibien e Giorgio Zunino) che, senza allertare il 118, seguirono i soccorsi in prima persona. La loro posizione si era aggravata nel corso dell’iter giudiziario, con l’accusa passata da omicidio colposo a volontario. Fin dalle ore immediatamente successive all’incidente per gli inquirenti non era stato facile ricostruire l’esatta dinamica dell’episodio: i punti oscuri erano molti tanto che la Procura aveva disposto il sequestro anche del ristorante e dell’intera struttura ricettiva dell’agriturismo della famiglia Oddone, compreso il trattore che, secondo quanto ricostruito, è il mezzo che si ribaltò con i due braccianti sopra.

Asavei, ferito in modo grave nel ribaltamento (aveva riportato la frattura dello sterno, della clavicola e di varie costole, una lesione che aveva provocato emotorace e pneumotorace, con un’ampia emorragia interna), era stato trasportato con mezzi privati, per la precisione un fuoristrada da Angelo Oddone e Ferrari, in ospedale ad Albenga dove era arrivato circa tre ore dopo l’incidente, alle 13,44. Secondo la perizia medica chiesta dalla Procura, un soccorso tempestivo avrebbe potuto dargli oltre il 90 per cento di probabilità di salvarsi.

Da parte loro gli imputati si erano sempre difesi fornendo delle spiegazioni delle loro scelte: il 118 non era stato allertato per accelerare i soccorsi visto che la zona dove è accaduto il fatto è a sette chilometri di distanza dall’agriturismo e vi si accede solamente con dei mezzi fuoristrada e non ci sarebbe stato lo spazio per l’atterraggio di elicotteri. Inoltre, sempre stando alle dichiarazioni che avevano reso gli Oddone i due operai, seppur feriti, erano coscienti e parlavano e si erano detti d’accordo per venire trasportati in ospedale con le auto. Nel procedimento si sono costituiti come parte civile, con l’assistenza degli avvocati Francesca Rosso e Francesco e Fabio Ruffino, anche i famigliari dell’operaio morto e il suo collega rimasto ferito.

Commenti

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  1. FOLGORE
    Scritto da FOLGORE

    Semplicemente raccapricciante, questo rappresenta il volto oscuro dell’Italia, quello che incentiva l’illegalità, falsa il mercato del lavoro e soprattutto dimostra come la vita di una persona valga meno dei soldi! 50€ in nero per lavorare come un mulo, solo per questo dovrebbe arrivare una condanna esemplare, sfruttamento della manodopera, evasione, posti di lavoro in meno e per cosa? Per avere margini di guadagno maggiori? Allora tutti quelli che mettono in regola gli operai pagando di più ma seguendo la legge cosa dovrebbero dire? Sconvolgente poi che nel 2009 ci siano persone che non conoscono come allertare i soccorsi o forse perchè ritengono che un’accusa penale sia peggio di sacrificare la vita di un uomo.
    Anche che fosse caduto dal tetto, sarebbe stato il minimo pagare le spese del funerale, dimostrare vicinanza alla famiglia, invece nemmeno quello.
    Penso che sia da punire in egual misura chi clandestimanente entra in Italia e delinque sia chi sfrutta il lavoro di persone che pur di campare accettano qualsiasi condizione.