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Dopo il sequestro la Procura chiede la confisca dei beni di Michele Cetriolo

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Albenga. Dopo il sequestro la richiesta di confisca. E’ il nuovo provvedimento richiesto dalla Procura di Savona nei confronti di Michele Cetriolo, il cinquantaseienne residente a nella frazione di San Fedele di Albenga, rimasto coinvolto in passato in procedimenti penali che indagavano su attività di presunto stampo mafioso. Dopo che nello scorso aprile il tribunale di Savona aveva convalidato la misura di prevenzione eseguita il 22 marzo scorso, oggi davanti al Collegio dei giudici è stata disucssa la richiesta di confisca.

Un provvedimento al quale il difensore dell’uomo, l’avvocato Giovanni Ricco, si è opposto ritenendo che non ci siano i presupposti per procedere con la confisca: “Bisogna tenere conto che l’ultimo reato imputabile al mio assistito risale al 2006, non si può ritenere che ci sia la pericolosità sociale della persona” si è limitato a dire il legale. I giudici dopo aver ascoltato le argomentazioni delle parti si sono riservati di decidere.

Tra i beni di cui è stata richiesta la confisca anche la casa della mamma novantenne di Cetriolo, un immobile di edilizia popolare che, secondo la difesa, la signora nell’arco di 20 anni avrebbe riscattato con la sua pensione e non con i soldi del figlio.

Attualmente a Cetriolo è stato sequestrato un patrimonio che, tra beni mobili ed immobili, ammonta a circa 4 milioni di euro tra auto di lusso, tra le quali una Ferrari, gioielli, conti correnti, partecipazioni societarie ed investimenti mobiliari.

Verso la fine degli anni ’90 Cetriolo, detto “il romano”, è stato coinvolto nel procedimento penale della Dda fiorentina denominato “Sorgente 2”, relativo ad un’associazione per delinquere di matrice mafiosa operante prevalentemente in territorio toscano e dedita soprattutto al traffico di stupefacenti che vide coinvolti elementi della locale ‘ndrangheta Romeo-Siviglia operante nello Spezzino. Fu condannato a 3 anni di reclusione ed una multa di 4,2 milioni di lire.

Recentemente l’uomo, era finito al centro di un’indagine per un giro di usura. Il suo nome era stato trovato scritto nel biglietto d’addio di un macellaio di Borgio Verezzi che si suicidò perché strozzato dai “cravattari” e, prima di togliersi la vita, lo indicò tra i responsabili. Per questa vicenda è stato condannato in primo grado in tribunale a Savona a 6 anni e 8 mesi di reclusione.

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