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Centrale di Vado, Tirreno Power: “Troppa confusione tra limiti di legge e prestazioni delle MTD”

Vado Ligure. Dopo aver messo in rete, disponibili al pubblico, i dati sulle emissioni, Tirreno Power torna sul tema specificando la differenza tra i limiti di legge (fissati per tutelare l’ambiente) e le prestazioni delle MTD, che indicano obiettivi virtuosi ai quali tendere.

“I dati certificati dicono che nei primi sei mesi del 2013 le emissioni dei gruppi a carbone VL3 e VL4 rispettano i limiti stabiliti dalla normativa italiana ed europea per tutti i tipi di emissione e per molti di questi sono già all’interno delle prestazioni delle MTD per impianti esistenti – spiegano dall’azienda – Le emissioni di polveri delle unità a carbone si sono attestate a 5 mg/Nm3 ovvero già adesso nei limiti delle MTD (Migliori Tecniche Disponibili) che vanno da 5 a 20 mg/Nm3”.

“Le emissioni di NOx delle unità a carbone si sono attestate a 190 mg/Nm3 ovvero nei limiti delle MTD (Migliori Tecniche Disponibili) che vanno da 90 a 200 mg/Nm3. Per la SO2 l’AIA fissa un valore limite massico semestrale, nel caso specifico rispettato, equivalente all’esercizio dei gruppi secondo la concentrazione di SO2 riportata nelle BAT; anche in questo caso dunque, secondo i limiti delle MTD (Migliori Tecniche Disponibili)” conclude Tp.

Commenti

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  1. gianni maio
    Scritto da gianni maio

    no amico ,,sono tanti articoli su internet che ti dimostrano che , per ora , alternative ai combustibili fossili non ne esistono….ma forse per te e’ troppo difficile da capire …fammi il ragionamentistico piacere!1 ahahahah

  2. Scritto da megiucheninte

    ah ah ah , @gianni, sempre la solita solfa.
    L’hai imparata a memoria o fai copia/incolla da un file che ti sei salvato sul pc?

  3. gianni maio
    Scritto da gianni maio

    GERMANIA:
    Addio nucleare, bentornato carbone
    5 settembre 2012WPROST VARSAVIA
    Vai ai commenti92

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    La centrale elettrica di Boxberg (Sassonia) e, in primo piano, la miniera di lignite a cielo aperto che la alimenta.La centrale elettrica di Boxberg (Sassonia) e, in primo piano, la miniera di lignite a cielo aperto che la alimenta.
    AFP
    Invece di favorire le rinnovabili, la chiusura delle centrali atomiche sarà compensata dal ritorno alla più inquinante delle fonti. Una scelta che non dispiace ai Verdi tedeschi.

    Łukasz Wójcik
    Quando uno dei nostri vicini tedeschi esordisce affermando: “I tedeschi hanno il diritto di…” è sempre inquietante. Ma qual è questo diritto? Secondo un rapporto degli esperti della fondazione Heinrich Böll è il diritto di inquinare. Dato che la Germania ha ridotto le emissioni di anidride carbonica nel corso degli anni passati, adesso dovrebbe poterle aumentare. Perché allora produrre energia dal carbone, nonostante inquini quasi quanto farlo bruciando pneumatici? A quanto pare la Germania ha il diritto di farlo. Queste dichiarazioni da parte di un paese considerato come il capofila della rivoluzione dell’energia rinnovabile dovrebbe suscitare lo sdegno degli ecologisti. Al contrario, gli ecologisti tedeschi non sembrano particolarmente scandalizzati. Del resto sono stati loro stessi ad aver redatto questo rapporto: la fondazione Heinrich Böll infatti è un think tank dei Verdi tedeschi. Insomma, è il mondo al rovescio. Gli ecologisti sono sostenuti dal ministro dell’ambiente Peter Altmaier, che di recente ha dichiarato a Die Zeit che entro il 2020 il paese avrebbe assicurato il 35 per cento della sua elettricità con energie rinnovabili. Il problema è che si dovrà pensare anche al restante 65 per cento. Altmaier ha avuto un ruolo importante nella scelta di tornare al carbone. Oggi la Germania è il paese che costruisce il maggior numero di centrali a carbone al mondo, con 23 impianti. La maggior parte di queste centrali brucerà lignite, il combustibile più sporco fra le energie fossili, con un impatto atmosferico di 150 milioni di tonnellate di anidride carbonica. E tutto ciò con l’accordo dei Verdi. Gli ecologisti tedeschi sono impazziti? In un certo senso sì. Dopo che Angela Merkel nel marzo 2011, pochi giorni dopo l’incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, ha annunciato lo spegnimento di otto dei 17 reattori nucleari del paese, tutto il mondo ecologista tedesco pende dalle labbra della cancelliera. La decisione del governo tedesco, ufficializzata il 30 maggio 2011, sullo spegnimento definitivo di tutte le centrali in attività [entro il 2022], ha finito per trasformare in realtà i sogni ecologisti e ha rappresentato l’inizio della rivoluzione verde. In realtà la decisione di abbandonare l’atomo non è stata un atto di eroismo politico, visto che dopo la catastrofe di Fukushima il 70 per cento dei tedeschi era contrario all’energia nucleare. Questa decisione avrebbe dovuto essere preceduta da valutazioni precise, ma così non è stato. In un primo tempo la Germania doveva rinunciare al nucleare in maniera progressiva, sostituendolo via via con le energie rinnovabili. Al contrario la Germania perderà in un solo decennio il 20 per cento della sua produzione di elettricità. All’inizio tutti si aspettavano che il gas sarebbe diventato il sostituto naturale dell’atomo. Queste previsioni però non sono state rispettate a causa di un sistema comunitario di scambi di quote di emissione (Ets) che non ha mantenuto le sue promesse. Questo meccanismo prevede infatti dei limiti massimi di gas serra per ogni impresa, compresi i produttori di energia. Le imprese che hanno ridotto la quantità delle loro emissioni possono vendere le quote inutilizzate a imprese che hanno superato i loro limiti. Se l’Ets funzionasse il carbone non avrebbe alcuna possibilità di competere come con il gas naturale, tre volte meno inquinante in termini di CO2. Il problema è che i creatori di questo sistema non aveva previsto che l’Europa si sarebbe trovata in una crisi economica che ha considerevolmente ridotto la domanda di elettricità. Così i produttori di energia elettrica si sono ritrovati con quote di emissione di anidride carbonica inutilizzate a prezzi sempre più bassi. Oggi il prezzo del permesso di emettere una tonnellata di CO2 è di circa 7 euro, mentre secondo l’Istituto di tecnologia di Karlsruhe dovrebbe essere intorno ai 35 euro per rendere l’elettricità prodotta dal gas naturale meno cara rispetto a quella prodotta con il carbone. Anche se alcune voci si sono levate in parlamento per chiedere il mantenimento parziale del nucleare, i Verdi si dicono favorevoli al carbone: una cosa mai vista nella storia di un partito ecologista. “Siamo pronti ad accettare un ritorno temporaneo al carbone come fonte di energia per risparmiare alla Germania gli effetti distruttivi dell nucleare. A noi importa soprattutto la protezione dell’ambiente”, ha spiegato il capogruppo dei Verdi al Bundestag, Jürgen Trittin. Ma si tratta veramente dell’interesse del mondo o di una convergenza eccezionale fra gli interessi dei pesi massimi dell’industria dell’energia e il cosiddetto benessere di nostra madre Terra? In ogni modo non sono di certo gli interessi ambientali a prevalere, come testimonia il triste caso dell’industria solare tedesca.

    Ananas in Alaska

    Di certo non si può dire che i tedeschi non amino l’energia solare. Il territorio del nostro vicino occidentale è riscaldato dai raggi del sole all’incirca quanto l’Alaska, anche se la Germania dispone di impianti con cellule fotovoltaiche per una capacità totale equivalente alla potenza di tutte le installazioni del resto del mondo. “È come se gli abitanti dell’Alaska si mettessero improvvisamente a coltivare ananas”, ha affermato di recente il deputato della Cdu [conservatori] Michael Fuchs. Ananas che ai tedeschi costano molto cari. L’assurdità di investire nel settore dell’energia solare è stata descritta molto bene nelle pubblicazioni dell’economista Joachim Weimann. Dal suo punto di vista se i nove miliardi di euro destinati quest’anno al settore dell’energia solare fossero investiti nell’energia eolica, si produrrebbe cinque volte più elettricità e addirittura sei volte se gli investimenti fossero destinati all’energia idraulica. Allo stesso modo, per ridurre di una tonnellata le emissioni di anidride carbonica bisognerebbe investire 5 euro nell’isolamento di un edificio, 20 euro in una nuova centrale a gas o 500 euro nell’energia solare. Nonostante i costi esorbitanti il governo tedesco ha sostenuto per anni il settore, sperando – come afferma Weimann – che i fabbricanti di cellule fotovoltaiche, fortemente sovvenzionati, riuscissero a controllare i mercati mondiali. Ma due anni fa, quando si è visto che i cinesi erano capaci di produrre cellule che costavano la metà di quelle tedesche, Berlino ha deciso di tagliare gli aiuti provocando un’ondata di fallimenti in Germania. Se gli investimenti nelle energie rinnovabili fossero obbedissero a una logica di protezione ambientale, in Germania l’energia solare non avrebbe mai visto la luce. Ma in realtà la rivoluzione verde tedesca non è tanto il frutto delle preoccupazioni ambientali, quanto del profitto e della volontà di creare dei settori specializzati nei quali le imprese tedesche avrebbero dovuto diventare imbattibili. In teoria Angela Merkel, così come è riuscita a convincere gli ecologisti a sostenere il carbone, potrebbe fare lo stesso per convertirli al nucleare. Ma questo non avrebbe grande interesse per l’economia tedesca, poiché l’energia nucleare è un settore dominato dai francesi. La protezione dell’ambiente deve essere prima di tutto redditizia.

    Traduzione di Andrea De Ritis

  4. gianni maio
    Scritto da gianni maio

    l ho sempre detto ..parole al vento…non sanno neanche da che parte sono girati …caro franco tella e’ come lavare la testa all asino
    Energia, l’Ue torna al carbone
    Washington Post: nel 2012 il consumo in Europa di è aumentato del 26%. Per paura del nucleare. E in attesa del boom delle rinnovabili.
    di Gianluca Grossi

    Una centrale elettrica alimentata a lignite in Germania.
    Una centrale elettrica alimentata a lignite in Germania.

    Sempre più spesso l’Europa si affida al consumo di carbone per ottenere energia. È quanto emerge da un’indagine effettuata dal Washington Post. Due i motivi di questo incremento: la volontà di staccarsi definitivamente dalla dipendenza dall’energia nucleare, e i prezzi bassi della materia prima estratta negli Usa. Le stime relative ai primi nove mesi del 2012, parlano di un aumento del consumo di carbone in Europa del 26%. Fra i paesi maggiormente coinvolti dal fenomeno c’è la Germania che, dopo il disastro nucleare di Fukushima, non ha più intenzione di affidarsi all’energia dell’atomo, per ricorrere alle rinnovabili e, appunto, al carbone. Sulla stessa linea l’Inghilterra, con un’impennata del consumo di carbone del 73%; a ruota seguono molti altri paesi europei, fra cui Italia e Spagna; il Belpaese, in particolare, segnala 7,2 tonnellate di carbone acquistato durante il range temporale di analisi preso in considerazione dagli americani.
    CARBONE NEMICO DEI GAS SERRA. Ma rincorrendo il carbone, si rischia di compromettere seriamente gli equilibri naturali del pianeta, influenzando e peggiorando fenomeni climatici come l’effetto serra. Di questo passo è difficile prevedere che si possa entro il 2050 affidarsi per l’80% alle fonti rinnovabili, come previsto da gran parte dei paesi europei. L’America, intanto, esulta, perché, al contrario, fa sempre meno ricorso al carbone, affidandosi al gas. Però, come sottolinea David Baldock, direttore esecutivo dell’Institute for european environmental policy di Londra, c’è poco da rallegrarsi, visto che soddisfa i criteri ambientali locali, ma li peggiora nei paesi dove spedisce le proprie materie prime. Il problema è che le centrali elettriche a carbone inquinano pesantemente l’ambiente, causando altissime emissioni di gas serra.
    RITORNO SOLO MOMENTANEO. La notizia divulgata dal Washington Post incuriosisce perché normalmente si è soliti associare l’utilizzo sconsiderato del carbone a paesi come l’India o la Cina. E invece, ora, tocca anche ai paesi super sviluppati. Ma c’è chi tende a smorzare i toni, sostenendo che il ritorno al carbone sarà solo momentaneo, uno stratagemma per giungere all’impiego definitivo di fonti alternative. Ne sono convinti Justin Guay del Sierra club e Lauri Myllyvirta di Greenpeace international. Entrambi sottolineano un’evidenza che conforta: in nessun paese europeo si stanno costruendo nuove centrali a carbone. Si prevedeva la realizzazione di 112 centrali nel 2008; in realtà ne sono andate in porto solo 3; 73 progetti sono stati ufficialmente abbandonati. Tuttavia fa notizia l’avvio della nuovissima centrale a lignite tedesca da 2.200 mw, di proprietà RWE, a Colonia. Ma anche in questo caso gli esperti rassicurano gli ambientalisti, dicendo che è sorta solo per sostituire quella da 2.400 mw che andrà presto in pensione.
    Comunque andranno le cose, quel che è certo è che in questo momento il 39% dell’energia elettrica mondiale è fornita dal carbone. Nel 2009 la produzione complessiva è stata di 6 miliardi di tonnellate, con un incremento del 2,5% rispetto al 2008. In Italia le cose vanno un po’ meglio che altrove, considerato che la produzione di energia elettrica proviene per il 60% dal gas naturale e per il 20% dalle rinnovabili.
    L’IMPATTO DI CINA E INDIA. Fra i maggiori consumatori di carbone c’è la Cina che, secondo BP statistical review of word energy, incide sull’ambiente più di ogni altro paese: nel 2011 ha sfruttato 1839 milioni di tep (tonnellate equivalenti di petrolio), per far funzionare i propri impianti di energia elettrica, bruciando carbone per trasformare l’acqua in vapore e far funzionare le turbine per l’ottenimento di energia meccanica. L’India segue a ruota. Stando, infatti, alle conclusioni di uno studio condotto dalla multinazionale Citigroup, il paese asiatico importa almeno 120 milioni di tonnellate di carbone ogni anno.
    Lunedì, 25 Febbraio 2013

  5. Scritto da Franco Tella

    @Nicolasono pensi che la tua auto perchè ha superato la revisione non inquini? A dimenticavo in quel caso i parametri ti stanno bene anche se li sfiori.
    Ognuno di noi che utilizza l’auto o la moto è responsabile di emissioni nocive in atmosfera anche si è in regola con la legge.