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Titolari dell’agriturismo “Oddone” indagati per omicidio volontario per morte operaio: il 15 novembre si decide sul rinvio a giudizio

Bardineto. Slitta al prossimo 15 novembre la decisione sul rinvio a giudizio delle quattro persone indagate nell’inchiesta sull’infortunio sul lavoro nell’azienda agrituristica “Fratelli Oddone” di Bardineto costato la vita ad un ventottenne romeno, Gheorge Wladut Asavei. Questa mattina si è infatti conclusa la discussione in udienza preliminare, ma il gup Donatella Aschero ha rinviato il procedimento per repliche.

Per la vicenda sono imputate con l’accusa di concorso omicidio volontario, violenza privata e falsa testimonianza quattro persone: i titolari dell’agriturismo, i fratelli Angelo, Emilio e Maria Nadia Oddone, e la ex compagna di uno dei fratelli, Giuseppina Ferrari. Inizialmente il reato contestato era omicidio colposo, ma la posizione degli indagati si era aggravata nel corso delle indagini. Stamttina il pubblico ministero Giovanni Battista Ferro ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti i reati contestati e per tutti gli imputati.

I difensori degli Oddone e di Ferrari, gli avvocati Alessandro Cibien e Giorgio Zunino, hanno invece chiesto una sentenza di non luogo a procedere. In particolare, per quanto riguarda l’accusa di omicidio volontario, in subordine è stata richiesta una derubricazione del reato. Secondo la difesa i datori di lavoro non avrebbero avuto motivo di rallentare i soccorsi o voler nascondere l’infortunio visto che i dipendenti erano tutti in regola. Inoltre, sempre secondo il parere dei legali, l’evento morte si sarebbe verificato comunque aldilà dell’intervento dei loro assistiti.

L’inchiesta era partita in seguito all’incidente sul lavoro avvenuto il 27 agosto 2009 nel quale Asavei ha tragicamente perso la vita mentre stava lavorando in un terreno agricolo dell’azienda, con un trattore, insiemo al collega bosniaco Dragan Novakovic, rimasto solo ferito (che in principio era anche stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di favoreggiamento).

Ai fratelli Oddone ed a Giuseppina Ferrari viene contestata, oltre a quella di omicidio volontario, anche l’accusa di lesioni a carico di Novakovic. Fin dalle ore immediatamente successive all’incidente per gli inquirenti non era stato facile ricostruire l’esatta dinamica dell’episodio: i punti oscuri erano molti tanto che la Procura aveva disposto il sequestro anche del ristorante e dell’intera struttura ricettiva dell’agriturismo della famiglia Oddone, compreso il trattore che, secondo quanto ricostruito, è il mezzo che si ribaltò con i due braccianti sopra. L’operaio, ferito in modo grave nel ribaltamento (aveva riportato la frattura dello sterno, della clavicola e di varie costole, una lesione che aveva provocato emotorace e pneumotorace, con un’ampia emorragia interna), era stato trasportato con mezzi privati, per la precisione un fuoristrada da Angelo Oddone e Ferrari, in ospedale ad Albenga dove era arrivato circa tre ore dopo l’incidente (alle 13,44). Secondo la perizia medica chiesta dalla Procura, un soccorso tempestivo avrebbe potuto dargli oltre il 90 per cento di probabilità di salvarsi.

Proprio le versioni sull’incidente e sui successivi soccorsi prestati ai feriti fornite dai titolari dell’azienda e da Novakovic avevano portato gli inquirenti a dubitare dell’esatta dinamica dell’infortunio: ci fu infatti un’incredibile sequenza di contraddittorie dichiarazioni rilasciate dai tre Oddone e da Giuseppina Ferrara agli ufficiali di polizia giudiziaria tra il 27 e il 29 agosto. I quattro hanno dapprima fornito una ricostruzione dei fatti completamente diversa da quella reale e poi hanno provato a modificarla, contraddicendosi tra loro e arrivando addirittura ad attribuire alla vittima, ormai non più in grado di smentirli, la “paternità” del tentativo di confondere le acque. Il tutto, sempre secondo la Procura, per cercare di allontanare da sè ogni sospetto. Cosa inspiegabile visto che i due operai erano appunto assunti regolarmente.

Secondo la perizia del medico legale Lucrezia Mazzarella, la morte dell’operaio va collegata al ritardo e alle modalità dei soccorsi. Se, invece di essere sballottato per circa tre ore su due diversi veicoli, ed essere poi ricoverato in un ospedale non all’altezza della gravità delle sue condizioni, Asavei fosse stato subito “trattato” da personale specializzato e trasferito in elicottero in un centro d’emergenza l'”evento morte sarebbe risultato altamente improbabile”. Di qui l’accusa di omicidio volontario contestata dalla Procura.

Da parte loro gli imputati si erano sempre difesi fornendo delle spiegazioni delle loro scelte: il 118 non era stato allertato per accelerare i soccorsi visto che la zona dove è accaduto il fatto è a sette chilometri di distanza dall’agriturismo e vi si accede solamente con dei mezzi fuoristrada e non ci sarebbe stato lo spazio per l’atterraggio di elicotteri. Inoltre, sempre stando alle dichiarazioni che avevano reso gli Oddone i due operai, seppur feriti, erano coscienti e parlavano e si erano detti d’accordo per venire trasportati in ospedale con le auto. Una versione che evidentemente non ha convinto del tutto i magistrati. Angelo Oddone aveva detto: “Quando mi infortunai io nel 2007, il 118 arrivò dopo tre ore, ecco perchè Vlad in ospedale lo abbiamo portato noi. Per mio figlio farei lo stesso. E poi ero convinto che si fosse fatto poco male”.

La famiglia della vittima, la mamma e due sorelle, assistita dagli avvocati Francesco e Fabio Ruffino, nel frattempo si è costituita parte civile nel procedimento.

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