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Stadio blindato ad Alassio, i tifosi dell’Albenga non ci stanno: “Paghiamo il comportamento di un gruppo di esagitati” foto

Alassio. Uno stadio nuovo di zecca, finalmente a disposizione della squadra alassina, dopo anni trascorsi a peregrinare tra Villanova, Laigueglia e dintorni. Un derby di campionato che mancava da 8 anni, quando, in uno spareggio salvezza, l’Albenga battè l’Alassio per 5-3, rimanendo in Promozione.

Oggi c’erano tutte le premesse per vivere una giornata di festa allo stadio Ferrando, con la sfida tra le vespe giallonere e le casacche bianconere, tornate in Prima Categoria dopo tre anni trascorsi nelle serie inferiori. Due squadre costruite per fare bene e che potranno dire la loro per i primi posti in classifica.

Sulle tribune, però, siedono solamente poche decine di persone. Tutte residenti ad Alassio, perché solamente loro sono potute entrare nell’impianto. Il motivo è il provvedimento preso dalla Prefettura di Savona, per motivi di ordine pubblico.

In un calcio che da decenni patisce un inarrestabile crollo delle presenze sugli spalti, può sembrare assurdo che una partita di Prima Categoria possa far temere scontri o episodi violenti.

La Prefettura, però, non si fida dei tifosi dell’Albenga. “L’accesissima rivalità esistente tra le due tifoserie” e “le criticità poste in essere dalla tifoseria dell’Albenga in occasione della gara contro il Celle” sono le motivazioni che hanno portato alla drastica decisione.

Uno stadio “blindato” che non piace agli ultras, ma nemmeno alla stragrande maggioranza dei tifosi bianconeri, residenti ad Albenga e nei paesi limitrofi, che sono rimasti fuori e che sono soliti vivere le domeniche calcistiche al fianco della squadra all’insegna della sportività, ben lontani da possibili episodi di violenza.

Oggi, poco prima delle 15,30, fischio d’inizio del derby, si sono presentati lo stesso al botteghino. Genitori dei giocatori, fidanzate, amici. Disposti a pagare il biglietto e a sedersi tranquillamente sulla tribuna, per assistere ai novanta minuti della sfida. Ma niente da fare. La società alassina non ha potuto fare altro che far rispettare l’ordine ricevuto.

Documenti alla mano, se non abiti ad Alassio non puoi entrare. “Nello sport dilettantistico savonese non si era mai vista una cosa del genere” protestano alcuni tifosi. C’è chi fa notare: “Sarebbe stato meglio giocarla a porte chiuse. Se temono episodi di violenza allora non facciano entrare nessuno!”.

La Baia Alassio è in campo con il lutto al braccio per la scomparse del padre dell’ex presidente Angelo Vinai. Il clima è lontano da quello festoso e acceso che ci si poteva attendere. Il cielo grigio rende ancora più malinconico il quadro disegnato sul sintetico del Ferrando. Ai cancelli d’ingresso tutti esternano il proprio malumore. Tante altre partite se le sarebbero perse senza lamentarsi, ma questa no.

I tifosi albenganesi, lentamente, si rassegnano e abbandonano lo stadio. “Non è giusto che tutti noi dobbiamo pagare per il comportamento di una ventina di esagitati”. Questo è il commento unanime dei sostenitori bianconeri.

Se da un lato gli ultras dell’Albenga meritano applausi per la passione con cui seguono la squadra, in un calcio che offre un panorama sempre più povero con il passare degli anni, dall’altro pagano lo scotto di aver compiuto, nel recente passato, alcuni episodi fuori dalle righe. Dopo la partita con il Celle un ragazzo albenganese ha pagato il proprio comportamento venendo colpito dal Daspo, il divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive.

Anche oggi i loro cori risuonano dove gioca la squadra bianconera e i loro giocatori potranno udirli mentre sono in campo. Gli ultras però la partita non la possono vedere; all’esterno dello stadio cantano per i propri colori, sotto lo sguardo vigile delle forze dell’ordine.

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