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Nessuna sospensione dall’attività, la Corte d’Appello accoglie il reclamo del notaio alassino Valentino

Alassio. La fine di un “annus horribilis” dal punto di vista umano e professionale. E’ questo, probabilmente, quello che il pronunciamento della Corte di Appello di Genova rappresenta per il notaio alassino Elpidio Valentino, il professionista che l’anno scorso era rimasto coinvolto nell’inchiesta sull’imprenditore Antonio Fameli. Un’indagine dalla quale Valentino era uscito senza alcuna conseguenza penale (la sua posizione era stata archiviata), ma che aveva originato una condanna da parte del Consiglio notarile di Savona alla sospensione dell’attività per otto mesi. Un provvedimento contro il quale il professionista alassino aveva fatto ricorso e che, ora, è stato annullato appunto dalla Corte d’Appello genovese.

Al notaio veniva contestato dal Consiglio di “svolgere il proprio lavoro senza il necessario rapporto personale con i clienti, bensì delegando le attività ai numerosi collaboratori nell’ambito di un’organizzazione più adatta a un’impresa che a un libero professionista”. L’organo competente per il giudizio disciplinare (Coredi) aveva condiviso l’incolpazione e, nel luglio del 2102, aveva appunto condannato il notaio Valentino alla sospensione dall’attività professionale per 8 mesi. Una sanzione che era rimasta “congelata” in seguito al reclamo fatto dal professionista alla Corte di Appello di Genova.

Il 3 aprile scorso è poi arrivato il verdetto del tribunale genovese che, in dieci pagine, ripercorre la vicenda e motiva la sua decisione di accogliere il reclamo del notaio. ​La Corte di Appello afferma che “se – come notoriamente accade per la stragrande maggioranza dei rogiti, in cui le parti vedono il notaio, per la prima volta, nel momento in cui questi legge loro l’atto pubblico – il notaio Elpidio Valentino, negli atti di carattere routinario (per tali intendendosi quelli in cui le parti non vollero significativi scostamenti dalla normale disciplina codicistica o non caratterizzati, di per loro stessi, da particolare complessità o intrinseca variabilità, in funzione degli interessi particolari perseguiti dalle parti, quali quelli già menzionati) – delegò, in una prima fase, l’indagine sulla volontà delle parti ai suoi collaboratori qualificati, riservandosene poi l’ultimo controllo al momento del rogito e della conseguente lettura alle parti stesse, in ciò non può essere ravvisata alcuna violazione della normativa deontologica o protocollare che governa l’attività notarile”.

Per arrivare alla sentenza la Corte di Appello analizza con attenzione gli schemi operativi dello studio Valentino – definito come una “complessa e imponente macchina organizzativa” -, trovandoli “in armonia con l’evoluzione stessa delle professioni liberali in genere, in cui la stretta personalità della prestazione spesso cede il passo di fronte alla adeguatezza e alla complessità dell’organizzazione di supporto, specie in realtà caratterizzate da contatti con il mondo delle imprese”.

“Esprimo la mia più grande soddisfazione per la sentenza della Corte di Appello di Genova, della quale mi preme sottolineare la straordinaria capacità di analisi” è il primo commento del notaio Valentino che, entrando nel merito del pronunciamento, osserva: “Finalmente il notariato più moderno ha visto affermare da un’autorevole fonte giudiziaria quale è una Corte di Appello, il fatto che nel 2013 l’attività del notaio può e deve essere supportata da una struttura, intesa quale complesso dei collaboratori di studio che agiscono ovviamente sotto la direzione e la responsabilità personale del notaio”.

“In pratica, la Corte ha fotografato esattamente la realtà di uno studio notarile moderno, sgombrando il campo dalle ‘ipocrisie’, che, talvolta, nel campo delle libere professioni, servono solo a nascondere l’invidia di professionisti meno realizzati tanto dal lato professionale che da quello dei rapporti umani. Un sentito ringraziamento va all’Avv. Prof. Vincenzo Roppo e all’Avv. Dellachà, artefici di questo risultato” conclude il notaio alassino.

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