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Uranio impoverito, il racconto del brigadiere di Savona: “Mai combattuto battaglia più difficile, lasciato da solo”

Savona. Sette mesi trascorsi in Bosnia e Kosovo, impegnato in perquisizioni, ricerca di campi di addestramento e campi minati, nel rinvenimento di esplosivi. Un periodo durante il quale è stato addestrato a difendersi da nemici visibili e ben individuabili, e a guardarsi le spalle. Le sue, così come quelle di altri compagni di avventura che, come lui, si sono ritrovati anni dopo a combattere una lotta ben più dura: quella contro il cancro. Spesso senza il supporto necessario.

La storia di G.L., 42 anni, vice brigadiere dei carabinieri fino a tre anni fa in servizio a Savona e qui residente, è simile a quella di tanti militari contaminati da uranio impoverito: una missione all’estero, compiti rischiosi, il ritorno a casa, una diagnosi impietosa e una richiesta di risarcimento negata.

“Dal settembre 2003 all’aprile 2004 sono stato prima in Bosnia e poi in Kosovo con la Msu, la Multinational Specialized Unit, la forza di polizia che aveva compiti di lotta al crimine organizzato e al terrorismo – racconta il militare savonese – Al ritorno, come previsto dal protocollo Mandelli, sono stato sottoposto a visite mediche, prima trimestrali e poi annuali. Fino a quando, nel dicembre 2008, mi è stato diagnosticato un tumore alla pelle. Di qui parte il mio calvario che non sembra interessare nessuno, almeno non allo Stato che mi ha negato qualsiasi aiuto”.

“Sono stato operato subito d’urgenza al San Paolo di Savona, sottoposto alle cure dell’Ist di Genova, subendo due ulteriori operazioni: nel gennaio del 2009, per asportare i ‘linfonodi sentinella’, e poi, a seguito del ritrovamento di varie metastasi nella zona latero-cervicale sinistra con conseguente chemioterapia, nel dicembre 2009. Il risultato è che sono tre anni che non lavoro e che mi reco nel capoluogo ligure tre volte alla settimana per le cure del caso. Mi è stata riconosciuta un’invalidità del 77%, non posso più svolgere le mansioni come sovrintendente della radio mobile come ho sempre fatto, e conseguentemente mi è stato decurtato lo stipendio”.

“Non solo: il mio caso è stato sottoposto al Comitato di Verifica per le cause di servizio presso il Ministero Economia e Finanze che ha espresso parere negativo. Il che, in altre parole, significa che l’organo preposto non vede un collegamento diretto tra i compiti svolti in missione e la diagnosi di tumore. Compiti che, voglio ricordarlo, erano ad alto rischio e a stretto contatto con quello che tutti chiamano il ‘nemico invisibile'”.

“Ora mi sono affidato ad uno studio legale di Savona per fare ricorso contro questa assurda decisione – dice G.L. – Sono stato a Sarajevo, Mostar, Banja Luka, Pristina, Obilic, Mitrovica, e ovunque ho svolto cmpiti operativi mettendo a rischio la mia vita. Ora nessuno vuole riconoscermi alcun risarcimento. Il rapporto informativo relativo alla missione è stato compilato in modo approssimativo e analizzato con superficialità: il risultato è che, come molti miei colleghi, sono stato lasciato solo. Mai avrei pensato che la mia battaglia più difficile sarebbe cominciata una volta tornato a casa”.

Come anticipato da IVG.it, al caso savonese di G.L. aveva fatto riferimento anche Falco Accame, presidente dell’Associazione nazionale italiana assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti (Anavafaf). “Da parte del Ministero – aveva sottolineato Accame – sta arrivando una pioggia di dinieghi nei risarcimenti, ma ciò non può oscurare la memoria di quanto è accaduto. L’Anavafaf ritiene che, quanto meno lo Stato dia un segnale di riconoscimento e riconoscenza verso tutti coloro che hanno affrontato un nemico invisibile e sconosciuto senza adeguate misure di protezione”.

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