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Riviera Vado Basket, Ghizzinardi: “Siamo professionisti di bassa fascia, lavoratori precari”

Vado Ligure. Marcello Ghizzinardi, allenatore che alla sua prima stagione alla guida dalla Tirreno Power Riviera Basket l’ha condotta alla vittoria del campionato e dei playoff, oggi pomeriggio ha preso parte in prima persona al presidio organizzato dai sostenitori per chiedere all’amministrazione comunale il salvataggio della squadra.

Il coach di Codogno ha avuto uno scambio di vedute con il sindaco di Vado Ligure, Attilio Caviglia, il quale ha dichiarato di ritenere inaccettabile che giocatori e allenatori possano beneficiare di stipendi con i quali condurre una “vita da nababbi”.

“Sappiamo che siamo professionisti, perché in questa categoria di dilettantistico c’è solo il nome – dichiara Ghizzinardi -. Però siamo professionisti di bassa fascia e ci dà fastidio essere considerati più privilegiati di quello che siamo. Io mi sento un privilegiato perché così si può definire chi al giorno d’oggi può fare il lavoro che gli piace. Però dal punto di vista economico facciamo il nostro lavoro ma non abbiamo agevolazioni che lavoratori di altri settori hanno. Siamo semplicemente lavoratori onesti che cercano di fare il proprio lavoro in estrema serietà. E soprattutto non abbiamo case al mare né macchine di lusso. Aggiungo che il lavoratore precario è un lavoratore di serie B perché non può accedere a mutui o cose di questo tipo e noi lo siamo. Io ho un mutuo che pago regolarmente grazie al sostegno dei miei genitori.

Riguardo alla possibilità di ripartire in serie A, Ghizzinardi: “Non sono abituato a parlare di cose che non so. Non conosco il bilancio della società né so a quanto ammontano i debiti, per cui non voglio parlare per partito preso o per slogan. Ribadisco che c’è la necessità di mettersi a un tavolo, capire quanti soldi ci sono da tirar fuori e soprattutto far capire a tutti cosa perderebbe la città. Vado Ligure perderebbe una squadra nell’elite della pallacanestro italiana. Il settore giovanile vive di luce riflessa della prima squadra. Se questa muore anch’esso morirà nel giro di otto o dieci mesi. Mi sembra – conclude il coach – che non ci sia la volontà di mettersi a parlarne serenamente”.

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