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Lettere al direttore

Dopo Comunità Montane: “liberi tutti”

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“Liberi tutti”. E’ questo il titolo che potremmo dare al dopo Comunità Montane. Ciascuno trovi il modo per proseguire nel senso che vuole e soprattutto con chi vuole. A soli 24 giorni dall’avvenuta cessazione delle Comunità Montane già si intravvedono le prime cordate verso le pseudo unioni, più basate sulla parte accessoria che su quella principale. Dietro il tema di una nuova fase di governo del territorio si nascondono tutte le contraddizioni dei tempi attuali.

Da una parte si ragiona nel senso dell’autonomia dei piccoli comuni, dall’altra le azioni portano esattamente in senso contrario. Si lodano peculiarità e specificità dei piccoli comuni, del loro insostituibile ruolo nel presidio del territorio, e dall’altra parte si riducono drasticamente i servizi, si annullano enti e non si prevedono rosee prospettive.

Lo sostenevo prima e lo riconfermo ora. Delle scelte di altri, nefaste per il metodo applicato, ne risponderanno ora i sindaci. Qualcuno, come pare già abbia lasciato intendere in recenti interviste, attribuirà ai sindaci dei piccoli comuni il fatto di non goder più dei servizi minimi, alcuni dei quali svolti dalle ex comunità montane.

I primi pruriti dei grandi comuni costieri, mascherati da una pseudo generosità di concorrere alla soluzione di gestione del territorio sono già attivi. Ad una Regione che nel suo deliberato ha creato una situazione paradossale debbono oggi rispondere responsabilmente i piccoli comuni montani. Tanti gli allettamenti e le lusinghe sulle unioni di comuni, sbandierate come soluzioni alle economie di scala, al maggior potere contrattuale che concretamente si attua, finalmente, consentendo i tanto sviolinati risparmi. Poi il nulla. Stop. Diventati da “chi l’ha visto”. A liquidazione avvenuta.

Siamo seri. Diciamo allora le cose come stanno. I piccoli comuni hanno chi 5, chi 6 dipendenti che mandano avanti la loro macchina. Hanno costi del personale e dell’insieme in rapporto con gli abitanti di oltre 20/30 volte in meno di quelle dei grandi comuni, e i cittadini dei piccoli comuni non vivono vite di serie B, vite di sacrifici. Vivono in condizioni di impegno, certo, magari senza troppi agi, forse facendo più attenzione all’ambiente e dedicando più tempo alla casa; ma certamente rispettabili e soprattutto vite libere, si, libere. Sono sempre di più quelli che in questi luoghi, in questo contesto maggiormente rispondente per qualità e dimensione trovano interesse e voglia di vivere.

Dall’altra parte ci sono i grandi comuni, alcuni con dimensioni territoriali inferiori di circac inque volte dei piccoli comuni montani, che hanno 100/150 e più dipendenti. Comuni che dall’avvento dell’informatizzazione, della Legge Calderoli e Brunetta sulla semplificazione e sullo snellimento della burocrazia, hanno invece aumentato le piante organiche. Comuni che il prossimo Piano Urbanistico Comunale lo dovranno, ahimè, disegnare sui pochi territori verdi rimasti per recuperare oneri per la spesa.

E’ allora veramente assurdo che a nessuno venga in mente che recuperare 20.000 euro dalla messa alla fame di un Bilancio di un piccolo comune montano è vergognoso mentre non lo è non recuperarne almeno 1.000.000 – 2.000.000 dai grandi comuni costieri, rimasti ormai le uniche “fabbriche” della Riviera.

Certo, la colpa non è dei sindaci che purtroppo debbono adattarsi, anche se alcuni di questi hanno magari uno spirito di adattamento innato e poco gliene importa. La responsabilità è di chi vede nella mortificazione dei piccoli comuni la soluzione dei problemi. Di chi immagina l’accorpamento dei comuni come naturale e risolutivo anche per il problema del venir meno della disponibilità del territorio per costruire. Di chi vuole l’acqua privata, almeno è un problema di meno da gestire. In pratica di chi, convintosi della giustezza di una legge ne applica autodeterminandosi tutta la sequela conseguente, senza domandarsi “ma è davvero giusto tutto ciò?”. E questo preoccupa quando viene fatto da chi dovrebbe con moderazione, profondità e rispetto, valutarne la fattibilità e risultati.

Forse è veramente tutto in disordine, da una parte i piani di tutela sempre più rigidi, dall’altra la totale assenza di misure di contenimento della vera spesa, così che da un lato vi è l’invenzione dei controllori del tutto e dall’altra le condizioni affinché tutto sia relativo e interpretabile e quindi consentito.

Ma forse alla fine la colpa è soprattutto mia, sindaco di un Comune con 5 dipendenti, 954 abitanti, se non do il servizio del Vincolo Idrogeologico, se purtroppo non posso risparmiare tanto da sanare il bilancio dello Stato, se non cedo l’acqua, se le strade hanno le buche, se non pago i canoni alla Provincia, eccetera, eccetera.

Ivano Rozzi
sindaco di Giustenice

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