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Apre Slow Fish, i numeri del settore allarmano: consumo di pesce e pescatori in calo

Liguria. A Genova sta per aprire i battenti Slow Fish, la manifestazione di Slow Food giunta alla quinta edizione, in programma dal 27 al 30 maggio. Con l’avvio della manifestazione è tempo di “dare i numeri” sul mondo del pesce e della pesca. La prima riflessione è sul caro prezzi che spinge gli italiani a mangiare meno pesce e a rinunciare soprattutto a quello fresco. Questo almeno è quanto emerge da uno studio Ismea diffuso da Slow Fish secondo il quale nel 2010 le famiglie italiane hanno acquistato il 2,6% in meno di pesce rispetto al 2009.

Il calo più evidente riguarda i prodotti freschi (-5,5%) mentre il consumo dei trasformati è risultato sostanzialmente in linea con i livelli del 2009 (+0,5%). Gli acquisti sono stati condizionati dall’aumento dei prezzi cresciuti del 4%, contrariamente a quanto è accaduto per i prodotti trasformati. Sui prezzi incidono in parte una riduzione del pescato ma soprattutto il caro gasolio che sta riducendo in modo sensibile i margini di guadagno dei pescatori. Da qui le richieste delle associazioni di interventi governativi sul fronte dei prezzi e su quello della cassa integrazione. Sulle tavole italiane sono diminuiti in particolare scampi, seppie, alici, triglie, naselli e merluzzi tra le specie pescate, e orate e trote salmonate tra quelle allevate. Per orate, triglie e seppie, dice Slow Fish, si conferma l’andamento negativo del 2009 mentre per scampi, alici, trote e trote salmonate c’é una inversione di tendenza dopo un 2009 positivo.

Il problema, secondo gli esperti di Slow Fish, è nella scelta del pesce perché oltre il 56% dei consumi di fresco rimane ristretta a dieci specie, un numero molto ridotto dato che nel Mediterraneo c’é ne sono oltre 250. Quattro dei primi cinque prodotti consumati sono prevalentemente o esclusivamente allevati (orate, mitili, spigole e trote salmonate), mentre al terzo posto compare la prima specie pescata, le alici. La sfida rilanciata anche quest’anno alla rassegna di Genova, é spingere il consumatore a prendere altre decisioni con l’aiuto dei pescatori e dei distributori. Tanti altri pesci, come lampughe, palamiti e sgombri, sono infatti meno costosi ma altrettanto nutrienti e gustosi. Un aiuto arriva dalle guide di Slow Fish e dai percorsi del gusto che invitano a scegliere il pesce, sia allevato sia fresco, privilegiando sistemi che rispettino l’ambiente, la salute umana e la qualità del prodotto finale.

I dati Ismea dicono che il pesce fresco si ferma al 50% del mercato italiano, seguito da conserve e semiconserve con una quota superiore al 20%. Meno acquistati i prodotti congelati sfusi e quelli secchi, salati e affumicati. Conserve e prodotti congelati/surgelati confezionati sono rimasti sostanzialmente stabili (+0,1% e -0,3%): in particolare tonno al naturale e sott’olio.

L’altro dato che allarma il settore è che è in calo il numero dei pescatori in Italia. Nonostante un lieve aumento della presenza femminile e degli stranieri che contribuiscono a frenare il lieve invecchiamento, fermo comunque intorno ai 40 anni. L’identikit di chi va per mare a cercare pesce è fornito da Slow Fish con i dati diffusi dal Centro Studi Lega Pesca, che indicano una riduzione del numero di addetti nel periodo 2002-2007 del 14%, quando il totale è passato da 33.177 a 28.542. Di positivo c’é la controtendenza della presenza femminile, cresciuta di 107 unità, pari all’8%, che ha portato a bordo nel complesso 1449 pescatrici. L’età media generale resta relativamente giovane, oscillando tra i 41 e 43 anni. Il 61,4% dei pescatori è concentrato nelle regioni meridionali e insulari, mentre gli stranieri sono il 5,8% a conferma della tendenza generale degli altri settori.

I nuovi pescatori vengono in prevalenza dai Paesi del Nord Africa e vengono assunti sia per i minor costi che comportano sia per la crescente difficoltà di reperire forza lavoro nazionale. Dal suo osservatorio, il presidente di Lega Pesca Ettore Ianì spiega che gli stranieri sono impiegati principalmente in attività di pesca a strascico mediterranea e oceanica e non entrano nella piccola pesca, basata su un’attività familiare che sostanzialmente esclude la forza lavoro straniera. La grande maggioranza dei pescatori (88,3%) sono in prevalenza mozzi, marinai e giovanotti di coperta.

I comandanti, i direttori di macchina e i meccanici, che rientrano nella categoria di ‘stato maggiore’, rappresentano l’11,4%, mentre i lavoratori ‘polifunzionali’, quindi chi si imbarca con una doppia funzione, rappresentano solo lo 0,3%. Lega Pesca è impegnata sul fronte professionale per migliorare l’integrazione e le condizioni di lavoro anche attraverso corsi di formazione specifici per gli stranieri, per i quali è più difficile ottenere una qualifica più soddisfacente. Sono state anche avviate azioni per stimolare le istituzioni a rivedere la normativa, che Lega Pesca ritiene punitiva verso i lavoratori stranieri.

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