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Tomaso ed Elisabetta, due vite “ferme” da un anno. Oggi i genitori dal sen. Dini

La vita ferma da un anno, in un carcere di Varanasi, la cittadina indiana che Tomaso, Elisabetta e Francesco avrebbero voluto conoscere solo come luogo di villeggiatura. Invece il loro viaggio si è concluso con la tragica morte di Francesco e con la pesante accusa, per i suoi due amici, di averlo ucciso per motivi passionali e per una sorta di perverso triangolo amoroso ipotizzato dall’accusa.

A dodici mesi di distanza, Tomaso ed Elisabetta si trovano ancora dietro le sbarre ad aspettare di partecipare ad udienze che spesso saltano o vengono rinviate con le motivazioni più “irritanti”, almeno per i protagonisti di questa vicenda: assenza dei testimoni, del pm, festività particolari, motivi burocratici. Di qui la paura di non poter esercitare il proprio diritto di difesa, volto a dimostrare che la morte del loro amico di origine sarda sarebbe avvenuta per cause naturali (pare che Francesco, così come confermato dai suoi stessi genitori, soffrisse da tempo di gravi crisi respiratorie). Il processo, su ordine della Corte Suprema indiana si sarebbe dovuto concludere entro la fine di gennaio. Ora siamo quasi a metà febbraio e le udienze continuano a saltare e a prolungare i tempi per la sentenza finale. E’ per questo che oggi i genitori del ragazzo ingauno sono a Roma ad incontrare il senatore Lamberto Dini, presidente della Commissione Esteri del Senato, per chiedere un maggiore interessamento da parte delle autorità indiane accusate più volte di essere indifferenti nei confronti della vicenda di questi due ragazzi.

Francesco è stato trovato agonizzante, la mattina dell’8 febbraio, nella camera dell’albergo “Buddha” che i tre giovani condividevano nel corso di un viaggio a Varanasi. Mentre Tomaso ed Elisabetta raccontano di averlo trovato già in condizioni critiche e di averlo immediatamente trasportato in ospedale, l’accusa ipotizza fin dalle prime ore l’accusa di omicidio per strangolamento.

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