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Pillola abortiva, Ciangherotti: “La maternità va sostenuta”

[thumb:13587:l]Albenga. Eraldo Ciangherotti, presidente di FederVita, si schiera contro il via libera alla pillola abortiva. “Resta incomprensibile come il Governo – dichiara – con grande meticolosità ed attenzione, si stia applicando per normare l’uso della pillola Ru486, e non abbia ancora attivato le stesse forze per dare una piena applicazione ad un programma di reale tutela sociale della maternità. La commercializzazione della Ru486, nonostante i 29 casi di decessi accertati, non solo favorirà anche in Italia il business della case farmaceutiche, a discapito della salute della donna, ma consentirà pure allo Stato di derubricare l’aborto ancora di più dai propri impegni sociali”.

“Di fatto – prosegue Ciangherotti – le istituzioni rinunciano ulteriormente a supportare la maternità disagiata e a mettere in atto tutti i possibili contributi per far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. Negli ambiti ospedalieri pubblici e convenzionati del territorio italiano (ad Albenga noi l’abbiamo già denunciato qualche mese fa a proposito del consultorio Asl savonese) nessun operatore sanitario, nel proporre l’aborto chirurgico come l’uso della pillola Ru486, avrà il coraggio di informare la donna, secondo un trasparente e veritiero consenso informato, che già dalla sesta settimana il battito del cuore può essere visto con una semplice ecografia”.

“Molti – continua Ciangherotti – sono i casi di donne abbandonate dalle istituzioni di fronte ad una gravidanza disagiata che si rivolgono al nostro Centro di Aiuto alla Vita per cercare di superare le difficoltà non solo economiche ma anche psicologiche. Emblematico il caso di Margherita (nome di fantasia) che si è rivolta al nostro Centro di Aiuto alla Vita di Albenga lo scorso febbraio per un supporto. Margherita, residente nella provincia di Savona, è madre di due figli che sono stati affidati al marito. Un passato di tossicodipendenza e di violenza domestica. Una vita ai margini della società. La donna è arrivata al nostro Centro di Aiuto alla Vita incinta di due mesi. Il suo bambino era frutto di una violenta relazione con un’extracomunitario. Margherita aveva già il certificato di aborto tra le sue mani, quando è arrivata da noi. Era nei sette giorni di riflessione previsti dalla legge 194/78 prima di poter entrare in sala operatoria e dire addio al suo bambino”.

“Margherita – spiega il presidente di FederVita – chiedeva aiuti e sforzi concreti, perché l’aborto le sembrava l’ultima possibilità. E noi da subito ci siamo impegnati a sostenerla. Margherita chiedeva poche cose: una casa protetta, un supporto psicologico, un ambiente sicuro e sereno per accogliere il suo bambino. Immediatamente ci siamo attivati per stabilire un contatto con l’assessorato ai Servizi sociali del Comune di residenza, pattuendo una cifra di 400 euro mensili che venivano erogati dal Comune per garantire un contributo al vitto della donna. Quindi abbiamo attivato un progetto Gemma, il servizio per l’adozione prenatale a distanza di madri in difficoltà, che dal terzo mese di gravidanza e fino al compimento del primo anno di vita del bambino, potesse offrire a Margherita un contributo economico di 160 euro mensili. Infine tra volontari ci siamo autotassati per sostenere le piccole spese della donna, dandole circa 50 euro alla settimana. Margherita è oggi al termine della sua gravidanza. Vive all’interno di una struttura protetta. Ora sorride, non è più sola, adottata un po’ da tutte le persone che vivono con lei. A settembre sarà trasferita in una casa famiglia dove vivrà insieme con altre ragazze madri e sarà seguita proprio nei mesi più vicini al parto e poi, successivamente, fino a rifarsi una vita con la sua bambina”.

“La scelta di continuare la gravidanza – conclude Ciangherotti – può favorire nuove prospettive di vita e la possibilità di liberarsi e denunciare abusi. La storia di Margherita è stata per noi una buona scuola di vita. Ciò che ci ha insegnato questa vicenda in maniera diretta è stato non solo l’aver salvato una vita umana, ma anche l’aver contribuito alla nascita di un bambino, insieme con le istituzioni, con un Comune e con un assessorato ai servizi sociali. In piena applicazione della 194/78, la legge che, oltre all’aborto, sancisce la tutela sociale della maternità”.

Commenti

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  1. Scritto da Marco Sferini

    Mi sembra che il dottor Ciangherotti scambi la possibilità, che lo Stato deve garantire, di non dover rinunciare ad avere dei figli a causa dell’indigenza o di situazioni famigliari complicate nei rapporti con il libero e insindacabile giudizio che ogni donna deve poter avere in merito alla propria esistenza, al proprio corpo. Non si possono paragonare vicende come quella di Margherita a vicende che portano con sé notevoli bagagli di sofferenza psicologica perché vissute comunque sempre nell’unica solitudine che non è mai del tutto possibile lenire: quella della scelta, quella del bivio che pone una donna davanti a delle responsabilità che sono tutto tranne che facili.
    Tutto dipende, ovviamente, se si da alla tematica dell’aborto una contestualizzazione laica o, invece, religiosa.
    Le minacce del Vaticano lasciano il tempo che trovano persino sui sondaggi di Correre della Sera.it e Repubblica.it: oltre l’85% dei votanti – e certamente molti sono credenti e cattolici – afferma di essere d’accordo con l’introduzione della pillola Ru486 che si inserisce pienamente nei dettami della Legge 194.
    La vera tutela sociale della maternità deve contemplare il pieno rispetto del diritto della donna a scegliere, altrimenti non è tutela, ma imposizione morale (e c’è chi vorrebbe anche quella legale cancellando la 194…), anatema mascherato da “buon consiglio”, a non commettere quello che, tra i tanti sensi di colpa distribuiti dal cattolicesimo nei secoli, viene chiamato non “aborto”, ma “omicidio”.

    Marco Sferini