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Lettere al direttore

Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico: riflessioni di Filippi

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Un gran polverone, diffuso equamente per tutta la Liguria, ha suscitato in questi giorni la D.G.R. n. 940 del 10.07.2009 “Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico – adozione della variante di salvaguardia della fascia costiera”. Secondo gli intendimenti della Giunta Regionale, la delibera contiene “lo sviluppo operativo degli obiettivi e del percorso già costituente una significativa azione di aggiornamento in chiave di salvaguardia dei valori paesaggistici della fascia costiera”.

Le proposte riguardano:
a) la riclassificazione di alcuni ambiti territoriali di evidente rilevanza sotto il profilo paesistico al fine di assicurare una più pregnante tutela dei valori ivi riconosciuti;
b) l’individuazione di un regime più specifico per alcuni ambiti, con riferimento alle parti di territorio ove si sia riscontrato una densità dell’edificazione ai limiti dell’insediamento sparso;
c) luna disciplina specifica per i tracciati del complesso viario di interesse paesistico della Via Aurelia e del tracciato e delle aree della linea ferroviaria dismessa.

Si pongono sostanzialmente dei limiti agli insediamenti in alcuni ambiti territoriali che il Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico definisce IS-MA e in zone di particolare pregio che rappresentano plaghe libere, di collegamento tra ambiti diversi. E si stabiliscono precisi criteri circa l’utilizzo del tracciato storico della Via Aurelia e della vecchia linea ferroviaria costiera, con effetti anche sull’utilizzo dei manufatti che ne rappresentavano elementi a servizio.

Mi pare che l’operato della Giunta Regionale, seppur tardivo, vada condiviso: in Regione ci si è finalmente accorti che la Liguria non è un territorio piatto, ma che si sviluppa almeno secondo altre due dimensioni: in altezza e nel tempo.

Siti, ambienti, piccoli tesori, quindi, della morfologia, del paesaggio, risultati dal modellamento del territorio operato dalla natura o conseguenti all’attività umana nel tempo, che hanno diritto, quanto meno, ad un residuo di tutela, ad una particolare cura, affinchè le caratteristiche non ne siano definitivamente stravolte e la bellezza non sia irrimediabilmente distrutta e dimenticata.

Allora, perché tutti questi sindaci che, con speciose argomentazioni procedurali, si rivoltano contro quella che, peraltro, fino ad oggi, non è che una proposta. Perché non riconoscono sul loro territorio le valenze paesistiche ed ambientali che lo caratterizzano e non se ne fanno essi stessi gelosi custodi?

Io credo che ci siano alcune spiegazioni a questa rivolta: la prima, la più benevola, è che le amministrazioni locali troppo spesso non conoscono le valenze del territorio che gestiscono e ragionano appunto come se esso fosse un qualcosa di uniforme, indifferenziato e senza tempo, su cui mettere di tutto e ovunque.

La seconda, più maliziosa, ma spesso, credo, la più realistica, è quella che le amministrazioni comunali debbono onorare gli “impegni” assunti, mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, soprattutto ai “grandi elettori” locali, o ai gruppi di pressione economica e imprenditoriale. Per cui, anche sotto l’effetto della prima motivazione, e talora sulla spinta di personali interessi, non vogliono accettare norme che contrastino il percorso che si sono date.

E c’è anche un altro elemento: più di una volta ho riscontrato come certi progettisti di PRG o dei PUC, da un lato non sappiano affatto leggere il territorio nelle sue valenze fisiche ed ambientali, dall’altro non siano che semplici notai di ipotesi pianificatorie che sono state elaborate e decise al di fuori delle sedi proprie, politiche e amministrative, e nella completa indifferenza rispetto al territorio, alle sue forme, alle sue esigenze. E questa è forse la dimensione più deteriore di tutto il problema.

Ma vorrei anche commentare le affermazioni, in proposito, del presidente Vaccarezza: “I territori costieri ancora integri, senza possibilità di presidio, saranno soggetti all’abbandono, al degrado, alle frane ed agli incendi”. Potrei fare decine di esempi in merito agli effetti perversi di interventi dell’uomo in “territori costieri” un tempo “integri” ed ora non più.

Ne faccio solo tre: a Loano la spiaggia è in erosione fino alla Caprazoppa, a causa dell’effetto, sulla migrazione dei sedimenti, della diga del nuovo porto, fiore all’occhiello del presidente della provincia; sulle Manie persiste l’ipotesi di golf e volumi edilizi, in chiaro spregio delle valenze morfologiche, carsiche, floristiche, faunistiche, ambientali e paesistiche; a Varazze si è costruito persino sulla spiagga. Questo è il modo in cui ci si preoccupa di tutelare i valori del territorio.

Quanto agli incendi, è una bufala quella del “presidio sul territorio”: nella stragrande maggioranza dei casi i proprietari di case sparse non sono persone illuminate che “tornano alla terra” e della terra vogliono aver cura perché da essa scelgono di trarre un reddito. Nella maggior parte dei casi essi sono piemontesi o lombardi, che usano la casa al più un mese all’anno, che non sanno neppure dove siano i terreni asserviti alla loro costruzione, che si curano del giardinetto, ma ignorano del tutto il bosco anche se di loro proprietà.

Credo che nel pensiero di Vaccarezza, così come in quello di molti sindaci che lo stanno seguendo, ci sia il tentativo di contrabbandare come amore per la natura quelle che sono unicamente ipotesi ed ansie di operazioni immobiliari, in un contesto ormai abbondantemente saturo di seconde case sia sottocosta, sia nell’entroterra.

Un’ultima annotazione all’assessore Ruggeri: non era anche il caso di ricercare, al momento opportuno, la salvaguardia dei valori paesaggistici della fascia costiera, così ben teorizzata nella delibera, rispetto a progetti che della salvaguardia sono esattamente l’opposto? Parlo del faraonico porto turistico di Ventimiglia che porterà anch’esso all’erosione delle spiagge, della schizofrenica idea della torre Fuksas, dell’inglobamento degli scogli della Margonara in un inutile porto turistico. Quegli scogli sono dei faraglioni, come quelli di Capri: provi l’assessore a proporre ai capresi di annegare i loro faraglioni in un ammasso di moli e banchinamenti, forse scoprirà che non sono d’accordo.

E la stessa salvaguardia non poteva essere applicata, a suo tempo, al fronte-mare di Savona, senza ottunderlo con quei mostri che sono la torre Bofil ed il Crescent? Savona aveva ed ha certo bisogno di investimenti che creino lavoro e ricchezza nei tempi lunghi, ma non a scapito del paesaggio ed unicamente per speculazioni immobiliari che di ricchezza diffusa e duratura ne creano molto poca.

Mimmo Filippi

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Commenti

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  1. Scritto da r. bazzano

    Chiaro, preciso e senza mezzi termini.
    Se Filippi fosse un po’ più ascoltato da cittadini ed amministratori non avremmo gli scempi che ci troviamo.
    Ma certo gli amministratori lo conoscono e lo considerrano persona scomoda come tutti quelli che dicono “pane al pane e vino al vino” con competenza, senza slogan nè facili populismi.

    Bravo Mimmo e grazie per le tue puntuali precisazioni che serono almeno ad accendere un po’ della luce della verità sulle molte menzogne che si sentono in giro.

  2. lui la plume
    Scritto da lui la plume

    “con quei mostri che sono la torre Bofil ed il Crescent”

    Pur nel rispetto assoluto della fascia costiera da dove ovrebbero sparire tutti gli edifici pubblici non legati indissolubilmente al mare.

    Dopo quelle torri sarebbe opportuno lasciar perdere ogni tentativo di salvaguardare qualcosa di non salvabile, meglio favorire un ricambio completo delle costruzioni.

    (Limitando ovviamente quanto ha un significato, ma si lavori su eccezioni … il resto e’ rinnovabile con criteri costruttivi moderni).