IVG.it -  Notizie in tempo reale, news a Savona, IVG: cronaca, politica, economia, sport, cultura, spettacolo, eventi ...

Lettere al direttore

Luigi Vassallo: “Sulla scuola si gioca uno scontro di civiltà”

Del terremoto che si sta abbattendo sulla scuola italiana si possono dare due letture. Anzitutto una lettura in chiave economica (o economicistica).

Chi promuove o sostiene i provvedimenti di riduzione della nostra scuola legittima gli interventi nel nome della assoluta necessità di ridurre e contenere la spesa pubblica, manifestando una concezione aziendalistica per la quale il rapporto costo-benefici è una delle due variabili (insieme con l’entità del profitto) da prendere in considerazione per decidere l’ampliamento o la riduzione della produzione o del servizio con il conseguente aumento o taglio dei posti di lavoro. D’altra parte a queste stesse persone non sfugge il dramma dei precari della scuola condannati a perdere ogni possibilità di lavoro o quello dei giovani che stanno oggi studiando per diventare insegnanti, ai quali si chiudono in buona parte gli spiragli sul futuro. Ma di questo dramma non possono farsene carico perché – proclamano – la scuola non è un ente di beneficenza né un ammortizzatore sociale e dietro questo loro apparente buonsenso celano una concezione malthusiana della società, per la quale è bene che lo Stato non intervenga a sostenere i poveri, perché così questi saranno spazzati via dal mercato e dalla società e la popolazione attiva (cioè con un lavoro) potrà vivere meglio e spartirsi la ricchezza sociale: concezione questa che da duecento anni viene continuamente sbugiardata dal fatto evidente che i poveri (proprio in assenza di radicali interventi degli Stati contro la povertà) continuano ad aumentare e ad inghiottire nella loro voragine ceti medi progressivamente declassati, mentre la ricchezza continua ad essere spartita da una minoranza sempre più ristretta.

Chi si oppone ai suddetti provvedimenti protesta che, anziché tagliare i posti di lavoro, bisogna aumentare l’occupazione per non far crollare i consumi e che bisogna contenere e ridurre la disoccupazione per non accrescere i costi sociali che la stessa comporta: questa protesta, legittima sicuramente, rivela però anch’essa una concezione ecomomicistica e l’assunzione del PIL come misura indiscutibile della crescita sociale, laddove nel PIL figurano grandezze quantitative (come le produzione, gli scambi commerciali e i consumi), ma non figurano gli aspetti qualitativi della vita, quelli che fanno la differenza tra una concezione della vita aziendalistica – autoritaria e una concezione partecipativa – democratica.

Ma accanto o oltre la lettura economicistica si può tentare e rivendicare una lettura politica., se non altro alla luce della catastrofe finanziaria di questi mesi che, partendo dagli USA, sta contagiando il mondo intero e che (in un’ironica eterogenesi dei fini) ci ha fatto già assistere alla “conversione” dell’amministrazione Bush che, dopo aver vinto le elezioni in nome del più sfrenato liberismo, si è messa in ginocchio davanti al Congresso per ottenere un intervento politico (definito dagli stessi sostenitori di Bush “di stampo socialista”) nel disperato tentativo di porre rimedio ai disastri provocati da un’economia lasciata senza guida politica e autorizzata ad autogovernarsi con le sue leggi (profitto, costi – benefici ecc.).
Ebbene, non si tratta di invocare interventi eccezionali della politica quando le cose dell’economica vanno male. Si tratta, piuttosto, di tornare alla chiara consapevolezza di Platone che le tecniche (come l’economia) sanno sempre come procedere ma non sanno se è bene o male procedere: questo può provare a dirlo solo la politica.
E allora la domanda, in termini politici, non è se la scuola costa troppo ma se la scuola serve e a che cosa serve.
La risposta su cui gli opposti schieramenti dell’Italia di oggi sembrano essere d’accordo è che la scuola serve a garantire il “diritto di cittadinanza”. Sì, ma quale cittadinanza? Quella della Constitutio Antoniniana con la quale nel 212 Caracalla riconobbe cives tutti i sudditi dell’impero romano, parificandoli sul piano giuridico, senza, però, intaccarne le differenze economiche, sociali, culturali? O quella prefigurata dall’art. 3 della nostra Costituzione che, alla proclamazione della pari dignità di tutti i cittadini, accompagna l’impegno per le istituzioni della Repubblica (e, quindi, anche per la scuola) a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva parità?

Un progetto di cittadinanza che non mi piace. Non mi piace il progetto di cittadinanza che sta dietro la scuola che si sta delineando in questo scorcio del 2008: meno tempo scuola, meno insegnanti e meno ATA al lavoro, meno classi di scolari e studenti, meno plessi (cioè luoghi fisici dove fare scuola); progetti di integrazione (per la convivenza tra le diverse abilità o tra le diverse culture; per la lotta al bullismo e alle altre forme di disagio giovanile) messi a rischio o cancellati o messi alla berlina come spese inutili e peregrine rispetto al compito della scuola che, nelle intenzioni degli attuali sedicenti “riformatori”, dovrebbe essere – come nella mia infanzia – insegnare a leggere, scrivere e far di conto…e basta; il problema della devianza giovanile e quello dello scarso rendimento affrontati solo in termini di repressione (voto di condotta e bocciatura) senza che questi strumenti (che pure a volte sono necessari) possano essere inseriti in azioni coordinate e significative di recupero (impossibili in classi sempre più numerose e con risorse professionali e finanziarie continuamente ridotte). Non mi piace una scuola ridotta ai servizi essenziali, perché questi sono sufficienti solo per una cittadinanza buona per le esigenze del consumismo e non per la partecipazione consapevole e critica al complicato mondo nel quale ci tocca vivere oggi.

Un progetto di cittadinanza che mi piace. Nella nostra giovinezza abbiamo subito il fascino di teorie antiautoritarie che parlavano di descolarizzazione della società, ma, ora che gli entusiasmi giovanili per rivoluzioni fatte più di slogan che di sostanza sono svaporati, abbiamo chiaro (quelli della mia generazione) che, se il patrimonio genetico (quello che garantisce la nostra identità biologica) si trasmette con un atto di cui sono capaci anche gli animali, il patrimonio culturale (quello che garantisce l’identità di una società e, dentro di essa, l’identità dei cives) si trasmette solo per via culturale, con un atto intenzionale che richiede la consapevolezza di chi lo compie e di chi lo riceve, oltre ovviamente un luogo e un tempo istituzionali in cui quest’atto possa compiersi. Questo luogo e questo tempo istituzionali è quello che chiamiamo “scuola”. Ed è nella scuola che si trasmette il patrimonio culturale identitario della società e cioè l’insieme di saperi, abilità, nuclei valoriali e, con essi, il ripensamento critico e consapevole degli stessi di fronte alle esigenze del proprio tempo: solo questo patrimonio garantisce il diritto di cittadinanza nella sostanza, al di là delle parità formali. La scuola che serve, allora, è quella che si radica nell’art. 3 della Costituzione, quella che assume come orizzonte di cittadinanza la convivenza di sessi diversi, di lingue diverse, di religioni diverse (diversità che, quando entrò in vigore la nostra Costituzione, erano solo di principio, mentre oggi esplodono nelle nostre strade nella loro corposa consistenza) e riconosce come propria ragion d’essere l’impegno a rimuovere gli ostacoli alla realizzazione matura e consapevole di tale convivenza. In una scuola del genere possono incontrarsi le esigenze di chi oggi vi lavora o rischia di non lavorarvi più e le esigenze di chi, per se stesso o per i propri figli o comunque per gli altri, rivendica il diritto a un percorso di crescita personale e sociale. Questa scuola è un valore per tutti, perché fonde valore di scambio (cioè le esigenze economiche di chi vede minacciate le proprie possibilità di lavorare) e valore d’uso (cioè l’esigenza di chi frequenta la scuola di diventare cittadino a pieno titolo per non soccombere come suddito del consumismo e burattino nelle mani di un demagogo di turno).

Serve un forte consenso sociale. Quaranta anni fa la Federazione Lavoratori Metalmeccanici comprese che non bastava più battersi per migliorare la condizione dei lavoratori nelle fabbriche senza intaccare la condizione di quegli stessi lavoratori fuori delle fabbriche, in particolare quando usufruivano della scuola per i loro figli o dei servizi sanitari per se stessi e le loro famiglie. E così fu grazie alla minaccia di sciopero dei metalmeccanici al fianco dei lavoratori della scuola che ottenemmo nel 1974 i “decreti delegati”, che oggi ci possono sembrare poca cosa ma che all’epoca furono fortemente innovativi. Io credo che sia necessario ricostruire un nuovo analogo consenso sociale sulla scuola e che a questa ricostruzione debbano contribuire le organizzazioni politiche, sindacali e sociali, nonché i cittadini senza appartenenza, che al progetto di destrutturazione della scuola italiana intendono opporre un forte progetto di ricostruzione come pilastro, nella sua autonomia, di una rinnovata società democratica.


Luigi Vassallo,
Dirigente scolastico dell’Issel di Finale Ligure in pensione

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di IVG.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. BrioLenin
    Scritto da BrioLenin

    Bellissima Lettera,
    Va a toccare realmente il nocciolo della questione intorno al quale ci si sta scontrando in Italia…

    Forse anche Lei signor Vassallo è un ignorante studente strumentalizzato dai partiti dell’estrema sinistra che vuole farsi sentire tanto per farlo…

    Cristian Briozzo, uno studente in lotta